Volevo essere un caffè letterario 1 Luglio 2019 – Posted in: Focus a bit

Siamo onesti: eccetto ascoltare talune inconsapevoli ninne nanne musicali, eccetto tracannare fiumi di bianco dozzinale in piena digestione e seguire programmi tv popolati dagli zimbelli del nulla cosmico, esiste qualcosa di più soporifero della lettura?

Chi si tiene a debita distanza dai volumi lo sa meglio dei lettori, se appena sollevano una copertina con l’estremità del mignolo, bastano pochi minuti e si rischia il colpo di sonno. Onde evitare che le librerie si trasformino in dormitori, o che si acquistino collane editoriali per dare un tono agli scaffali del salotto (tanto vale comprare le finte enciclopedie: economiche, leggere e così facili da spolverare), negli ultimi anni gli imprenditori che hanno deciso di aprire un caffè letterario sono cresciuti in modo esponenziale. E queste scatole tentatrici, questi territori di confine che coniugano i desideri di studentesse sorseggianti tisane mentre evidenziano con ardore le dispense fotocopiate, di hipster che degustano vino (a chilometro zero ma solo se ottenuto da terre confiscate alla mafia) una scia umida sulla barba intanto che scorrono i versi di un poeta beat, ma anche i desideri di sinceri appassionati di libri che snobbano tutto ciò che nel caffè ci sia di non letterario e rivolgono l’attenzione alla selezione delle collane; queste scatole tentatrici, dicevamo, sono nate come funghi in tutta Italia. Una dichiarazione di guerra al modello vetusto, di esclusivo confronto con pile e pile di libri che lo rivestono e, se mai, con il bizzarro individuo che le ha erette; una dichiarazione di guerra (stiamo esagerando? una semi dichiarazione? facciamo una dichiarazioncina?) a ciò che possono significare interi minuti di riflessione, consultazione, valutazione di carta stampata che di lì a qualche mese forse sarà al macero, circondati solo dalla suddetta, nell’era dell’iper-stimolazione, della connessione ininterrotta con il globo perfino quando il globo invade il più privato dei nostri istanti. Insomma una dichiarazioncina di guerra all’idea di libreria che le generazioni precedenti gli anni Duemila hanno in buona parte interiorizzato, quella della libreria indipendente, già minacciata dalle grandi catene.

Alcuni caffè letterari hanno tutto l’aspetto di un vero negozio di libri con l’aggiunta di un bancone e solitari tavoli dove non è detto si riesca a poggiare i gomiti; altri somigliano a locali tout court colonizzati da volumi consultabili (e chissà se, effettivamente, mai consultati) mentre si addenta un tramezzino o una specialità regionale. Ogni gestore designa la miscela dei due ingredienti fondamentali, libri da una parte, food and beverage dall’altra, e delinea i confini della propria ibridazione. Nei casi più fortunati riesce a connotare lo spazio con un gusto inconfondibile, ad arredare con originalità, a concretizzare l’affermazione di un’identità.

Via via che il fenomeno cessa di occupare l’area magica della novità, però, il successo non è assicurato. La formula forse ne guadagna in credibilità per le realtà che puntano molto sull’organizzazione di eventi: aspettare che la presentazione di un nuovo romanzo abbia inizio con un bicchiere in mano fa chic; passarsi un’oliva da una guancia all’altra permette di ingannare il tempo più facilmente e smorza il possibile imbarazzo che qualche volta si erge dalle file di sedie disposte davanti all’autore di turno prima che questo si palesi o si decida a cominciare.

Come ogni commistione, l’offerta del caffè letterario da un lato può raggiungere un bacino di utenza tutto suo, magari può perfino avvicinare ai libri coloro che ne hanno sempre coltivato un’immagine demodé; dall’altro rischia di mettere in subbuglio la coscienza dei frequentatori delle librerie che, nel frattempo, talvolta chiudono i battenti. Sì, la coscienza. Poiché il lettore, incuriosito, entrerà in qualche caffè letterario, se ne lascerà sedurre, almeno in un primo momento. E potrà reagire come reagiscono i librai intellettuali che vantano decenni di dura attività alle spalle, e che in queste scatole tentatrici annusano l’odore della depravazione o, peggio, del compromesso e della vacuità. Oppure il lettore potrà prenderla con leggerezza, scandagliare caso per caso, appigliarsi agli antichi Greci che usavano banchettare declamando poesie. Il commercio però, nella civiltà dell’armonia, non c’entrava alcunché con la recitazione di versi o con l’esposizione di tesi filosofiche mentre si abbracciava un fiasco e si leccava del miele. A ragion veduta, è inesatto parlare di novità. I simposi, ereditati dai Romani e poi dagli Etruschi e riservati ai soli uomini, rappresentano l’emblema più antico dello sposalizio tra lettere e degustazione, ma non l’unico. Nel Seicento e nel Settecento sorsero veri e propri caffè e sale da tè dove ci si riuniva e ci si confrontava sugli sviluppi della letteratura, della poesia, della politica, della filosofia. Rispecchiavano quel che accadeva nei salotti borghesi di Francia e Inghilterra, dove la musica e i dibattiti aiutavano a contrastare la monotonia e, tra poltrone di damasco e arazzi di broccato, si assisteva alla nascita dell’Illuminismo. Si narra che in Italia al Caffè Florian di Venezia (1720) si siano soffermati Stendhal, Foscolo, Lord Byron, Balzac, Dickens, che al Gran Caffè Gambrinus di Napoli (1890) D’Annunzio avesse composto “A Vucchella”, che il Caffè Pirona di Trieste (1900) abbia cullato l’origine di Ulysses di Joyce. Il Caffè Giubbe Rosse di Firenze (1897) era frequentato dai capostipiti del Futurismo e tra i suoi tavoli presero forma e contenuto riviste come La Voce, L’Italia Futurista e Solaria. Così come si racconta che L’Elephant House di Edimburgo, negli anni Novanta, abbia costituito l’ambiente giusto dove J. K. Rowling potesse scrivere il primo romanzo della saga di Harry Potter.
Abbiamo rievocato per lo più esperienze appartenenti a un passato non troppo recente ma è doveroso ricordare anche l’iniziativa del filosofo Marc Sautet, lanciata per caso. Promuovendo il suo studio di consulenza filosofica alla radio nel 1992, inavvertitamente Sautet fu raggiunto da sempre più avventori desiderosi di discutere di filosofia al Café des Phares di Parigi, dove aveva dichiarato di incontrare ogni settimana adepti e colleghi. Da allora i caffè filosofici, i cui incontri sono regolati da una precisa disciplina, hanno preso piede in tutta Europa e oltre.
Tocca sempre contestualizzare ciascun fenomeno che, in maniera più o meno eclatante, raccolga consensi tra le abitudini di una società. Negli anni Duemila la diffusione di Internet ha stravolto le convenzioni dell’incontro. Come sottolinea Michela Finizio in un articolo su ilsole24ore.com di qualche anno fa, oggi il caffè letterario ha poltrone digitali: “La differenza, con i «salotti» di una volta, è che per entrarci non devi per forza essere un intellettuale”. La democratizzazione della libertà di esprimersi su argomenti tradizionalmente riservati a una cerchia ristretta di persone fa i conti con la perdita progressiva del dibattito dove ognuno si porta dietro il suono della propria voce e il peso del proprio corpo.
Oggi, dunque, nell’era dell’individualismo coatto, i caffè letterari ricoprono un ruolo assimilabile a quello che nella storia hanno occupato? Negli ultimi anni il solo fenomeno legato alla scrittura che sembra riuscire a oltrepassare gli schermi e a chiamare a gran voce le gambe del pubblico sono forse i poetry slam, gare a colpi di poesia che meriterebbero un approfondimento a parte.
Ma torniamo un momento alla coscienza: perché mai il lettore forte oggi potrebbe avvertire un remoto disagio mettendo piede in un caffè letterario? Semplice: se per un verso accarezza la concezione fresca e di cui riveste il mondo dei noiosissimi libri (e gridare al pianeta: leggere è da fighi, cari figli di una buona madre!), per l’altro verso una domanda scalcerà nel suo intimo. Ho davvero bisogno di triturare patatine o finocchi crudi per interessarmi ai libri? Ho bisogno di frequentare club, loft, accontentare uno stomaco insaziabile di visibilità, apparire nei luoghi alla moda per acquistare un volume che dovrò, poi, trovare il tempo di leggere? Ho bisogno di sfogliare le pagine del saggio che cercavo quando al sottofondo di musica chillout si sovrappone la scossa di uno shaker per accertarmi di vivere il mio tempo? Eccolo il conflitto, che per qualcuno rappresenterà solo una sega mentale di prim’ordine. Tuttavia prendere appunti dal presente e infliggersi domande non è poi doloroso né inutile.
La noia, caro lettore, è la vera montagna da scalare nel ventunesimo secolo. E non è scontata la capacità di riconoscerne le molteplici facce (poiché si maschera con facilità, la noia), tra una sopravvivenza sonnolenta e delegante, che potrebbe vedersi passare davanti l’illuminazione della vita senza notarla, e la vuota smania di essere al passo coi tempi a tutti i costi.
E se solo nel compromesso sarà possibile trovare un’àncora di salvezza, se i puristi dovranno arrendersi in futuro a vedersi circondati dai pesci grossi dell’editoria e dai caffè letterari alla moda, potranno solo decidere di mandare giù il rospo o di non farlo. Mediocre o romantico, a seconda dei punti di vista, quasi quanto amare non ricambiati. Ma la merda ha il pregio di restare a galla, allora forse ciascuno di noi, tutto sommato, preferirebbe sopravvivere turandosi il naso che non soccombere da duro. Quelle erano ambizioni d’altri tempi. Allora forse ciascuno di noi, in fondo, vorrebbe essere un caffè letterario.

« Il ritmo degli uomini
“La Classe… politica” »