Soundcheck letterario nel vento di Gianfranco Di Fiore 1 Febbraio 2019 – Posted in: Chiediamolo all'autore

Un picco quanto mai alto, da scalare con pazienza, cellule sensibili e canali aperti. Cercando di non tralasciare alcuna percezione: scuotimento, paura, spaesamento, allucinazione, curiosità, persino fatica. Piacere, fisico, quello provocato dalla scrittura quando sposa un’estetica del linguaggio che rasenta la perfezione.
Quando sarai nel vento”, edito da 66thand2nd nel marzo 2018, è una sinfonia in quattro movimenti, ciascuno con una titolazione cromatica, in cui ogni motivo è misura di interminabili vibrazioni che agitano il mondo e le persone. Abele, con il corpo smagrito e la mano guasta, lascia la casa natale, la gemella Corinne, malata di anoressia, e la madre, affetta dalla sindrome di Asperger, per dedicarsi allo studio dei venti in una piccola stazione meteo del Gran Sasso. Ad Assergi, figlia del terremoto, ammantata di un bianco che non ha direzione, la miseria impietosa che la calamità ha lasciato alle sue spalle riflette la desolazione interna di un giovane che ha rimandato troppo a lungo un confronto onesto col suo passato e la vita. Dal racconto di un autoesilio si dipana l’avventura di un viaggio attraverso più continenti, alla ricerca di un padre mai conosciuto.
È un viaggio duplice, Gianfranco, quello che Abele decide di intraprendere a fianco di Marlena, Beatrice tormentata e coraggiosa paladina di un dolore che bisogna doverosamente vivere per imparare ad evitarlo, raccontaci.

– Spesso mi chiedono quanto tempo io abbia lavorato a questo romanzo, non solo per la lunghezza dell’opera ma perché più di ogni altra cosa i lettori sono colpiti dalle numerose trame, dagli intrecci che ne sostengono la struttura decisamente barocca e complessa. E nei sei anni di lavorazione mi son chiesto più volte se questo doppio viaggio di Abele, alla ricerca di suo padre e di se stesso, di una sua certa identità, fosse davvero il cardine principale della narrazione. Penso di sì, ma devo dire che “Quando sarai nel vento” per me è un romanzo che parla di letteratura, un omaggio a tanti autori che amo, un’opera che tiene insieme narrazioni e generi diversi, quasi un assemblaggio di linguaggi. Ed è singolare come nel mio primo romanzo (il cui protagonista si chiama Dante) molti critici avessero notato una certa ispirazione dantesca e oggi tu avvicini la figura di Marlena a quella di Beatrice. Forse tutti noi scrittori, da secoli, stiamo riscrivendo in piccolo parti della “Divina Commedia”.

Siamo di fronte a un vero e proprio romanzo generazionale, capace di percorrere le tappe di un’autentica crescita identitaria in cui Abele è rilevatore essenziale di tonalità emotive e cromatiche che l’autore narra con l’ausilio di un preponderante strumento ritmico e musicale: in molta parte non si ritrova azione, ma pensiero, musica, suono. Il suono dell’anima e del centro del mondo.
– Da dove origina questa innegabile compenetrazione tra musica e scrittura latu sensu?

– Ho iniziato a studiare musica a cinque anni. Il mio approccio con i codici del mondo è stato uditivo. La musica è stata decisiva per la mia scrittura: per il ritmo e il suono della frase, per la punteggiatura che genera senso e come per lo spartito musicale mi aiuta a gestire le dinamiche all’interno di una sequenza, o una pagina. Tutti i controlli finali delle revisioni funzionano come un vero soundcheck; la perfezione del suono mi fa capire che quella pagina è pronta.

È indiscutibile che il valore di un romanzo non possa prescindere dalla trama e dall’implicito messaggio di cui si fa portavoce (l’autore punta l’inchiostro su un terreno impervio scomponendo la mente umana, indagando la disperazione, l’incomunicabilità, il desiderio di bellezza, l’anelito alla pace e all’armonia, il coraggio della sofferenza votata a un credo) ma ritengo sia doveroso restituire luce anche a un aspetto oggi spesso relegato in secondo piano: la qualità della prosa. Una lingua arcana che si insinua con lievità nei meandri dell’inestricabile mistero del vivere, quella di Gianfranco, di così rara potenza e maniacalità da rievocare, a un lettore attento, il valore e la mistica della scrittura non solo come mero strumento di comunicazione, ma in quanto arte e come tale soggetta a un canone di bellezza. L’incompiutezza strategica, le descrizioni vive e vivificanti che danzano su un continuo fluire dal materiale all’immateriale in cui ogni luogo è luogo di sensazioni e – ancora di più – ogni luogo è compenetrato all’azione e al personaggio fino quasi a divenirne pari, fanno da cornice a un’opera dotata di un’insolita capacità visionaria che diviene lucidissimo sguardo sul mondo.
-Gianfranco, a fronte di una scrittura che si fa argine allo smottamento linguistico di parte dell’attuale panorama editoriale contemporaneo, cosa rappresenta per te la parola? Mi spiego meglio: è stata la tua vita a servirsi della parola o la parola a scrivere la tua vita?

– Non lo so. Credo però di essere uno scrittore soprattutto di linguaggi; la parola è il mezzo grazie al quale tutti i linguaggi che mi abitano, che ho studiato, che mi aiutano a interpretare il mondo e la vita, si tengono insieme.

– Lontano dalle logiche di semplificazione imposte dal mercato e non disposto ad alcun tipo di compromesso, abbracci la letteratura come territorio di rischio e gliene rendi omaggio, permeando l’intera stesura di un influsso filosofico che conferisce profondità di riflessione e un impavido esistenzialismo a tutta l’opera: quanto la filosofia modifica la tua percezione del reale e la sua conseguente trasposizione in sostanza letteraria?

– La filosofia è uno dei tanti linguaggi che ho studiato e che sostiene la mia scrittura. Ho sempre pensato fosse necessaria per elaborare dubbi e domande utili, e anche se non volevo giungere a verità assolute la filosofia mi permetteva di cambiare prospettiva sulla realtà, di modificare i campi di indagine e mettere in discussione di continuo ogni certezza. La filosofia è la capacità di ritagliarsi un posto o più posti dentro l’osservazione dei fenomeni, senza la paura di restarne intrappolati.

– Ambienti, personaggi, oggetti presenti sulle scene sono sapientemente posizionati all’interno di un vero e proprio set narrativo, nel quale, un po’ come accade nel postmodernismo, vicende di dimensioni contenute si muovono in un coacervo di accadimenti di più ampio respiro. Nell’atto di scrivere ti trovavi comodamente seduto su una sedia da regista o stavi recitando la tua parte in scena?

– Per recitare in scena avrei dovuto dare al romanzo uno spirito autobiografico, cosa che non c’è mai, scientificamente, nei miei libri. Credo non interessi a nessuno la mia vita, e dico giustamente. Magari è più intrigante come nella mia vita io possa trovare delle storie affascinanti da mettere su carta. Regista sì, ma anche montatore e fonico, e nessuna delle tre sedie mi sembra comoda.

– I personaggi che muovono le fila di questo romanzo sono umani, ma mai al cento per cento. Mi verrebbe quasi da definirli iperrealistici: nonostante inverosimiglianza e un simbolismo quanto mai denso pervadano l’intero fluire dell’opera, alla fine tutto sembra possibile, reale. Qual è stata la propulsione dominante nella stesura di pagine che innestano una notevole capacità di astrazione nell’osservazione del reale nudo e crudo? Potrei chiederti, scrivi in pigiama tutto il giorno, o al bar in mezzo alla gente?

– Il romanzo è fortemente iperrealista, gravido di simbolismi. Credo però che per far funzionare con coerenza un mondo iper-reale bisogna saper manovrare bene quello reale, pertanto lavorare sul realismo resta per me una base indispensabile; si tratta di una doppia osservazione (creazione): la prima dal di dentro, nel reale, la seconda all’esterno, dentro uno spazio che si eleva o comunque è staccato dalla realtà. Scrivo in pigiama, nel massimo silenzio, e col mio cardigan di lana comprato a Resina (al mercato) per tremila lire, nel 1996.

Con la Francia del disastro nucleare conduci il lettore in una scena narrativa nuova, rarefatta, uno spazio post apocalittico vessato dall’impeto dell’auto-annichilimento. La descrizione di questo luogo distopico altro non è che il tuo modo di raccontare la mente di Abele, che dalla malinconia chimica dei rave all’esaltazione del fuoco – appiccato nella pampa dai combattenti della White War e nel suo cuore dall’amore per Marlena – giunge a una sorta di aridità malata: non sente più le cose, compila elenchi vuoti e attiva processi psicologici senza alcuna coscienza sentimentale dopo aver lottato strenuamente e viaggiato senza requie per conoscere l’origine della sua “inabilità” relazionale: suo padre. Quello che durante tutto il romanzo viene lanciato come messaggio onirico, di colpo diviene realtà. Si chiude il cerchio, forse. Si ritorna ad Assergi. Mi verrebbe da dire che è la realtà che supera la letteratura.
Quali sono i binari di scambio tra realtà e letteratura Gianfranco, quali le coordinate che daresti al lettore per cogliere appieno il messaggio e il contenuto del tuo romanzo?

– Senza scomodare Hegel direi che realtà e letteratura sono due momenti dialettici destinati a stare insieme; è solo da una sintesi fra questi due elementi che il lettore può arrivare ad assemblare, a scoprire una sua personale coordinata da seguire, per giungere poi in quel luogo (significante) che solo lui conosce. Spesso sono luoghi di intimità, di paure taciute, abissi che uno scrittore può solo nominare, o indicare, ma che si trovano già da sempre nel cuore o nella testa di chi legge. La realtà è così cangiante e inafferrabile che quasi mai riesce a essere definita dalla letteratura. Quello che però la letteratura può fare è cambiarne la visione, modificarne i contorni: come una macchina da presa, le lenti che la letteratura ci offre deformano, avvicinano, distanziano, sfocano, sgranano, fanno in modo di riproporci lo stesso scenario reale sotto diverse grandezze (e dettagli). Il lettore può decidere quale di quelle visioni è giusta, o sente più vicina, ed è proprio in quell’attimo che la letteratura acquista un senso.

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