Questioni di superficie 1 Marzo 2019 – Posted in: Cult a bit

Foto d’archivio: Los Angeles, anni ’50, scena del crimine.
Non conosco i dettagli della vicenda – è un’immagine su cui sono incappato per caso cercando sul web – e, a essere onesto, mi interessano poco. Questa foto intriga non tanto per ciò che sta sotto, ma per quello che appare in bella vista. Il mistero – il filo di ragnatela che intrappola noi mosche – giace sempre in superficie: la composizione della scena è degna di un quadro di Magritte.

René Magritte,
L’assassin menacé, 1927

Cos’è che ci cattura?
Le linee, i volti, la disposizione dei soggetti, la maniera in cui forme del tutto casuali sembrano dialogare tra loro. L’impressione di trovarsi di fronte a una casa di bambole particolarmente lugubre. Proprio perché non si tratta di una situazione costruita, ma di una fotografia documentaria, il senso di surrealtà aumenta. La prima cosa che ci si trova a voler scoprire non è l’assassino, ma il perché di questa composizione. È stata davvero improvvisata? Se non lo è stata, perché? La sigaretta, la torcia, gli specchi, il poliziotto con gli occhi chiusi, sono tutti simboli da decifrare?
Ovviamente no. Ma non importa.
Quel che importa è il mistero. Il mistero deve stare in superficie come l’elemento che farà imboccare allo spettatore lo scivolo verso il Profondo. Il “senso”, i “contenuti”, i “significati” non possono stare in primo piano perché non generano attrazione – non è il loro compito – è il fruitore a dover partecipare attivamente per trovarli e assimilarli davvero.

Il male ce l’ho io, e forte, nella mia gamba plumbea, il luogo non è dei più allegri, eppure, devo ammettere, mi diverto. [1]

Altra scena del crimine, non fotografica, bensì letteraria, ma prima ancora che letteraria, grafica e sonora. La parola esiste a prescindere dal testo, ha una forma e un rumore. La parola è la superficie che non siamo più abituati a vedere. C’è anche il significato, e non è secondario, ma nell’ordine di fruizione viene necessariamente secondo. Il corpo della parola, che si mostra nero su bianco, imbellettato di punteggiatura, cattura l’occhio e dà spessore al concetto che giace alle sue spalle. Se l’autore non cura la forma della parola, il concetto rischia di perdersi. Morselli scrive “gamba plumbea” e immediatamente il lettore è rapito dal gonfiore, dal rimbombo, dall’andamento gommoso e grave del suono “mb” ed è lì che decide di camminarci, con quella gamba, per seguire il filo del discorso. Una gamba semplicemente “pesante” non avrebbe portato in nessun luogo degno di nota.

Fu allora che Lorna Charlson Baudo alzò la testa dal lavabo e si guardò allo specchio bagnato di vetro. [2]

Nel nonsense l’aspetto della parola diventa ancora più centrale.
Lo Sgargabonzi ne ha fatto un vessillo, e la comicità dei suoi testi risulta particolarmente fresca non tanto per il gioco dadaista, quanto per l’uso del linguaggio – e, ancora, non tanto per la schizofrenia camaleontica con cui salta da uno stile all’altro, ma per come sceglie ogni singola parola quasi avesse vita. Lorna, Charlson, Baudo, lavabo, specchio, bagnato, vetro, sono personaggi veri e propri, e la storia è quella del loro incontro e di come hanno deciso di combinarsi. L’effetto comico è secondario, è l’effetto collaterale del feticismo lessicale con cui Gori forgia il suo stile.

Alberto Savinio,
Objets dans la forêt, 1928

Grande cesellatore di superfici e di misteri, pittore, musicista, scrittore, Alberto Savinio forse più di ogni altro ha capito il valore della parola come oggetto da mostrare, come passe-partout visivo, sonoro e di significato.

Infanzia è una corruzione di Ninfanzia: periodo della vita che l’uomo consuma sotto l’autorità di Anzia, ninfa delle primizie. (Anzia da «ante», prima). [3]

La più complessa e ricca delle nostre scene del crimine. La più leggiadra, la più superficiale e profonda di tutte. Esergo al primo capitolo di Infanzia di Nivasio Dolcemare, prima ancora dell’incipit il mondo è completo e si mostra in tutta la sua luce, in maniera talmente naturale che quasi non ce ne si accorge. A una prima lettura è solo suono, un limerick di n, f, z e i che senza bisogno di essere compreso ci riporta alle sonorità dei bambini, a quell’infanzia che è il fulcro di tutto il romanzo. Poi si notano l’ironia, la crasi, il gioco di parole, i doppi e tripli sensi – ma il significato è uno solo, chiarissimo, e non ha timore di perdersi: questa frase è uno specchio d’acqua limpida, Savinio ne increspa la superficie con un dito facendo piccole onde, ma il fondo traspare sempre e invita anche noi a scendere tra i flutti e bagnarci.

Le parole sono importanti, diceva giustamente Nanni Moretti.
Lo sono anche le lettere che le compongono, i suoni, la forma, la disposizione. Per rendersi conto se una lingua è viva, bisogna ammirarne la superficie.

[1] Alberto Savinio, Infanzia di Nivasio Dolcemare, Adelphi, 2011

[2] Lo Sgargabonzi (aka Alessandro Gori), Jocelyn uccide ancora, Minimum Fax, 2018

[3] Guido Morselli, Roma senza papa, Adelphi, 2013

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