Nanni Balestrini: la viva eredità del poeta “Novissimo” 3 Giugno 2019 – Posted in: Cult a bit

Ciao Nanni, te ne sei andato il giorno prima del mio compleanno. E il giorno dopo ho iniziato a scucire parole, le ho invertite, ricopiate, ricomposte, stuzzicate.
Come piaceva a te.
Nessuna lacrima, giuro, solo parole.

Il 20 maggio ci ha lasciato Nanni Balestrini, scrittore, poeta e intellettuale senza tempo. Situazionista della parola e dell’arte visiva, costantemente a capo di un cantiere di lotta e poesia. Una voce fuori dal coro, tanto coraggiosa da divenire uno dei più grandi inventori del Novecento letterario, che ha continuato a inventare anche negli anni Duemila.

Protagonista e testimone delle stagioni italiane di più fervida militanza (siamo a cavallo degli anni Sessanta), fu uno scardinatore della poetica stantia che fino ad allora aveva caratterizzato la letteratura italiana: indagando linguaggi nuovi, ribollendo nella sperimentazione verbo-visiva Nanni frantuma le parole e le ricombina, le obbliga a mostrarsi nude.
“Compito del poeta è stuzzicare le parole”, sosteneva, usarle per “fustigare il cervello del lettore che quotidianamente annaspa immerso fino alla fronte nel luogo comune e nella ripetizione”. Una poetica di rottura, quindi, con la tradizione dello scrivere formale, dello scrivere asincrono rispetto alla società di cui si fa portavoce. La poesia di Balestrini, di contro, è estrema, assurda, aderente all’inafferrabile: un uomo che vive immerso nel suo tempo, ne coglie dolori e discrepanze, pronto a pagare lo scotto di essere non un contemplativo dei moti dell’anima o degli amori idealizzati, ma un poeta sociale.
Esponente di spicco della Neoavanguardia Letteraria che vide la sua prima significativa manifestazione nella pubblicazione dell’antologia “I Novissimi”, a cura di Alfredo Giuliani e la cui espressione più vistosa fu l’attività del Gruppo 63 – movimento costituitosi a Palermo nel 1963 e rimasto attivo fino alla fine del decennio, che oppose all’esperienza neorealista oramai in declino lo sperimentalismo linguistico ai massimi termini con lo scopo di elaborare una letteratura in grado di dialogare con la nuova realtà sociale del boom economico – Nanni Balestrini ha svolto fino alla fine il ruolo di connettore di destini e di arti, favorendo l’incontro tra discipline vecchie e nuove e diversi indirizzi di pensiero (sociologia, antropologia, linguistica, fenomenologia, psicoanalisi): recuperando l’audacia sperimentale delle avanguardie storiche, la Neoavanguardia (stiamo parlando di Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Umberto Eco, Giorgio Manganelli e, naturalmente, Nanni) si tradusse in un consistente aggiornamento scientifico nel lavoro dei critici a cui corrispose da parte di molti scrittori il rifiuto della letteratura allora in auge (Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia, Giorgio Bassani per citarne alcuni) accusata di tradizionalismo provinciale e disimpegno intellettuale.

Ma chi era davvero Nanni Balestrini?

Un formidabile cortocircuito di energie, un uomo imprevedibile e diretto, che ha restituito in ogni occasione della sua vita l’idea della poesia come supremo spazio di libertà, un “gioco mai in possesso della sensibilità contemporanea”; ne parlava così lui, che incarnava a tutto tondo il concetto di contemporaneità dilatata. Perché Nanni non è mai stato un “io”, è sempre stato un “noi”, racconta Lello Voce, poeta che fondò insieme a lui il Gruppo 63, “Non è possibile parlare della sua morte perché quando si parla di Nanni si parla di vita. Non lo piangete, ne sarebbe annoiato e infastidito. Usatelo!”.
Un ostinato artista totale, animato da quel fuoco dell’avanguardia che lo svegliava più e più volte, il cui gesto della provocazione recideva di netto il legame con il passato gridando lo sfacciato desiderio di inventare il futuro. “Vogliamo tutto”, anno 1971: così intitola uno dei suoi più celebri romanzi impegnati, in cui fa proprie fino in fondo le istanze dell’opera sperimentale; un monologo che diviene confessione, rivendicazione accalorata, reincarnazione di una collettività che finalmente parla. Certo è che Nanni non era solo un poeta, ma un dongiovanni della parola, capace di irretirla, richiamarla e scacciarla, svestirla e rivestirla a suo piacimento. Su carta o pc poco importa (nel 1963 fu il primo a scrivere una poesia al computer, cogliendo il potere della compenetrazione tra arte e tecnologia), ai bit di parole già usate mescolava i più involontari frammenti della comune conversazione, inserendovi poi il particolare dotto o erudito. Non esisteva soluzione di continuità tra popolare, sgrammaticato e aulico, esisteva l’inventiva come forma di reattività agli elementi più strutturali della lingua, il “non significato” che diveniva fantasiosamente semantico. L’asintassia dei suoi versi altro non era che un pungolo capace di spronare il discorso e accogliere i suggerimenti del caso.

E allora mi piace continuare a pensare alla poesia come la pensava Nanni, “un’emozione intellettuale”, un movimento in grado di imporre violenza alle strutture precostituite del linguaggio, a tutto ciò che di fermo esiste della creatività, perché solo così si provocano quegli incontri inediti e sconcertanti che fanno dei versi una frusta per il cervello del lettore. La creatività non è e non sarà mai cosa ferma, semmai specchio, doveroso specchio del delta da cui nasce per trasportare a valle i detriti di un cambiamento che richiede il coraggio di sporcarsi le mani col nuovo. Balestrini indaga, scopre, anticipa esperienze, contamina le prospettive fisiche con quelle virtuali, esorcizza la sua unica paura: il ripetersi convenzionale della comunicazione artistica, la sua più atroce sclerotizzazione. Oggetto della sua poetica diventa il linguaggio inteso come fatto verbale, impiegato non in qualità di mero strumento funzionale a qualcosa, ma strappato all’accidentalità che lo fa riproduttore di immagini e narratore di eventi. I suoi versi sono meno levigati, apparentemente meno definitivi, un’espressione incandescente più vicina all’articolarsi del pensiero e dell’emozione in linguaggio, con addosso i segni di una non ancora avvenuta fusione con lo stato verbale. Creare l’inedito mediante l’uso di ciò che è più scontato e trascurato, ecco. Una luce nuova sulle cose, la possibilità di contrastare efficacemente la sedimentazione e l’inerzia del codice linguistico.

Nanni vive l’avvento della televisione, il periodo in cui le arti visive – musica, cinema, spettacolo – conoscono fasi dinamiche di avanzata, a fronte di una letteratura ancorata al vecchio strumento del libro e della stampa, se si eccettua forse soltanto l’ambito della poesia, incoraggiato a ritrovare la natura orale delle origini, la dimensione sonora della parola parlata piuttosto che scritta, caratterizzata da una piena orchestrazione corporale attraverso l’adozione della performance (basti pensare ai primi poetry slam).
Epico, radicale, etico, il suo è un futurismo alternativo, la cui unica parentela con quello di inizio Novecento risiede nella volontà di sovvertire, volere tutto, per l’appunto. E la poesia diviene dispositivo di coordinamento tra materia e produzione di senso. Fautore di sperimentazioni che hanno rischiato di lasciare perplesso un intero ambiente intellettuale incancrenito su posizioni consolidate, Nanni è in sé stesso il racconto di un secolo per un periodo contemporaneo a Eugenio Montale, per un altro dei poeti emersi dalla rete, dalle installazioni, dai “googlismi” da cui il poeta si è lasciato contaminare ancora per rifondare la sua poetica sull’evoluzione dei tempi e dei modi.

L’unica vera metafora che ammette sta nella scompaginazione strutturale: non usava tanto la letteratura quanto la carta stampata (banconote vecchie, biglietti scaduti, avvisi economici di chissà quando). Le parole già scritte che Balestrini prelevava dal mondo quotidiano erano pezzi di realtà di per sé insignificanti, destinati a scomparire nel turbinio del consumo, colti nella loro inattesa capacità di sopravvivenza, montati nel disordine più stupefacente che la mente umana potesse immaginare.

Vita. Questa è l’eredità più grande che ci ha lasciato andandosene così, senza l’ombra di un lamento, come va via chi sa che resta.

Nessuna lacrima Nanni, giuro, solo parole.

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