L’OBLIO NON ASSOLVE di Giuseppe Raineri ( 3° classificato alla 40° edizione del Concorso Letterario di Acquafredda ) 28 Novembre 2019 – Posted in: 8bit_stories

– Volevo parlarle, Giovanni. Non c’è bisogno che si sieda. Sarò breve.
Lucia, la dottoressa responsabile del reparto, era in piedi dietro la sua scrivania e guardava l’infermiere dritto negli occhi con un’espressione di chiara insofferenza. Non gradiva muovere rimproveri ai suoi collaboratori per motivi che esulassero da questioni espressamente legate alla vita del reparto.
– Anch’io desideravo dirle qualcosa e…
– Ci sarà tempo per questo. L’ho convocata personalmente perché mi è stato riferito che da un po’ di tempo lei fa troppe domande in giro per il reparto su un paziente in particolare a cui sta dedicando attenzioni che la distolgono da tutti gli altri. Trovo che questo suo modo di fare sia decisamente inopportuno, soprattutto se va a discapito del lavoro dei suoi colleghi.
– Posso sapere chi le ha riferito queste cose?
– Ovviamente no! Le lamentele provengono da più parti, perfino da alcuni parenti che si sono indignati per il suo comportamento definito decisamente sgarbato, quando invece dovrebbe occuparsi di tutti senza privilegiare nessuno.
Inoltre, il problema è che lei sta violando ripetutamente regole elementari di riservatezza.
Se ritiene di dover chiarire qualche aspetto di questo paziente deve parlarne innanzitutto con la ca-posala, o direttamente con me.
Per ora la cosa rimarrà tra di noi, ma la invito a tenere un comportamento più professionale con tutti e con la dovuta equità.
– Lei ha ragione, ma da qualche mese, il signor Emilio sembra ricordare una parte del suo passato con una certa precisione. In genere è sempre stato molto confuso e anche i suoi discorsi accavallava-no cose apparentemente senza senso. Mi chiede spesso di scrivere lettere alla moglie, ne abbiamo iniziate molte senza riuscire a finirne una. Nessuno viene mai a trovarlo. Questa moglie esiste o è so-lo il parto di una memoria poco affidabile?
– Per il momento le basti sapere che è morta da molti anni. Evidentemente sta riaffiorando qualche ricordo del suo passato. A questo proposito la invito a non tenere per sé queste situazioni e a riferir-mene i dettagli con sollecitudine.
– Ho capito, ma lei è sempre molto occupata e pensavo di non disturbarla con queste quisquiglie. Tutti i nostri ospiti soffrono degli stessi problemi ed è difficile distinguere veri ricordi da elaborazioni fantastiche della loro vita passata.
– Giovanni, stiamo parlando dei nostri ricoverati e non di pettegolezzi. Il nostro è un lavoro di squadra e nessuno è autorizzato a tenere per sé quello che viene a sapere all’interno del reparto. Ora, può tornare al suo lavoro. Ci siamo intesi?
Lo invitò a uscire con un gesto inequivocabile della mano, portando lo sguardo sui fogli che teneva sotto braccio, non consentendogli ulteriori repliche.
Non appena sola, Lucia si accomodò sulla sedia ed estrasse dal cassetto, chiuso con la chiave che portava gelosamente al collo, una cartelletta voluminosa, piena di documenti, perizie e poche foto-grafie, testimonianze menzognere di un passato felice.
La aprì e iniziò a sfogliarla ripercorrendo la storia di un uomo, ora vecchio, innocuo e demente, affidato alle loro amorevoli cure, che aveva pagato un debito pesante con la società.
La sua vicenda doveva rimanere sepolta per evitare che la mostruosità del suo agire potesse interferi-re con l’assistenza che non poteva essergli negata, nonostante tutto.
Ora, per colpa di un giovane infermiere troppo zelante, rischiava di riaffiorare un dramma ormai dimenticato e che nell’ombra doveva rimanere.
Rilesse con attenzione quei documenti che le bruciavano tra le mani e ogni volta temeva potessero compromettere la lucidità di giudizio che doveva guidare il suo lavoro di medico.
Tutto doveva essere iniziato per un motivo banale, in apparenza. Lui voleva un altro figlio, il quinto, lei invece no. Lui voleva che si occupasse della casa, non c’era alcuna necessità di un altro stipendio. Ai soldi poteva pensare lui. Ancora lui e solo lui riteneva che la divisione dei compiti rispondesse pienamente alle necessità della famiglia. La natura aveva distribuito e assegnato ruoli precisi ai due sessi e non vi era necessità che venissero sconvolti dal capriccio momentaneo di “trovare una personale realizzazione”, quando questa esigenza era pienamente soddisfatta dalle mansioni che già le competevano.
Quale bizzarra realizzazione stava cercando? Si trattava certamente di farneticazioni, istigazioni dovute a mode che potevano anche essere valide genericamente, ma male si confacevano al loro caso particolare.
Lei invece non la pensava così e ora che i figli erano cresciuti e persino i più piccoli trascorrevano gran parte della giornata a scuola, aveva rispolverato il suo vecchio diploma e si era messa a cercare un lavoro, anche per poche ore al giorno.
Certamente la casa sarebbe stata meno linda e i pasti serviti con minor regolarità e cura, ammesso che fossero compiti che le spettassero in modo arbitrariamente esclusivo.
In segreto e con l’aiuto della sorella aveva iniziato a frequentare lo studio di una psicoanalista.
Le carte e le testimonianze della figlia maggiore parlavano chiaramente del complesso tentativo di ricostruzione di un’identità al femminile schiacciata da retaggi atavici, da abitudini consolidate dal tempo, non da scelte libere. Quelle del perito riproducevano un canone sentito fino a una noia tragica e parlavano di sequele di errori drammatici e ripetitivi.

Il più grave era stato quello di alzare l’assicella della sopportazione sempre un poco più in alto a ogni offesa, a ogni mancanza di rispetto e di stima.
Invece di credere che fosse un atto di conciliazione, di tolleranza, era stato interpretato come un invito a superare un nuovo limite, quasi una sfida a fare di più, sempre di più e l’ingiustizia aumentava in un crescendo, fino a diventare rumore assordante.
Il senso distorto di una naturale maternità aveva stimolato in lei aiuto e soccorso in un gioco a parti invertite tra vittima e carnefice.
Sentiva un disperato bisogno di trarre dal buio della ferocia una povera vittima di bufere emotive, ma ancora una volta al centro dell’attenzione si trovava il carnefice, vittima delle proprie storture, e non la vittima vera che avrebbe raccolto tardive solidarietà e compassioni a tempo scaduto.
Poi una lettera accorata che forse il marito non aveva mai nemmeno letto. Sembrava un esercizio di comunicazione, la prova generale di un abbandono.

So che mi cercherai, lo hai già fatto tutte le altre volte riportandomi a casa con promesse che
non hai mai saputo mantenere. Il primo ceffone mi ha colta impreparata, non è stato il dolore del gesto improvviso a farmi soffrire, ma la sorpresa, l’ingiustizia di qualcosa di inaspettato perché infer-to con il proposito fermo di piegarmi al tuo volere. Ma non era finita lì. Altre sberle sono seguite, a due mani, pugni e calci in un furore cieco che traspariva dagli occhi spiritati. La cicatrice che porto ancora sulla guancia è deturpazione e marchio di possesso, come si farebbe con un animale di tua esclusiva proprietà. Mi hai accettata anche così, rovinata, segnata, come se a ridurmi in questo stato fossero stati altri a causa della mia inaccettabile ostinazione.
Di mio ti ho dato tutto, anche le rinunce che mi hai imposto e tutto ti ho restituito, non ho trattenuto nulla di ciò che ti appartiene. Eppure non ti basta. Ma io non ti appartengo.
Cosa vuoi ancora da me? Non riesci a rassegnarti? Forse ti spaventa la solitudine? Oppure è l’offesa per la ribellione, convinto che io sia esclusivamente roba tua? Nessuno è possesso di qualcun altro. Non è amore, è schiavitù.
Forse inconsapevolmente trattengo ancora qualcosa di tuo? Dimmelo e te lo restituirò subito. Oppure dopo avermi trattata come il contenitore delle tue paternità e il ricettacolo delle tue
fragilità, delle tue negatività, delle tue miserie ti terrorizza misurarti con te stesso? Su chi riverserai tutte le tue delusioni, le frustrazioni, la rabbia?

Da troppo tempo, dimenticando di aver messo fine alla vita della moglie che non voleva più saperne di lui, rendendo i quattro figli orfani in un colpo solo, si ostinava a trattarla come viva concedendole tardivamente la libertà di andarsene e ricostruirsi una vita. Ancora una volta commetteva l’errore di pensare di essere solo lui il fulcro del loro rapporto e di riconoscerle tardivamente e senza rimorsi, con superflua magnanimità, un diritto che non stava a lui concedere: quello di scegliere chi essere nella vita. La biologia assegna opportunità, gli uomini le condizionano nel bene e nel male. Lucia chiuse gli occhi e l’immagine che le tornava in mente, ogni volta che sentiva la notizia dell’ennesimo omicidio di genere, si ripresentò nitida. Una lunga catena di donne abusate si stringeva per mano silenziosa e davanti a loro una fila di figure anch’esse mano nella mano, mute e indistinte. Solamente il coraggio di una pari dignità avrebbe potuto donare loro finalmente un volto.

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