Le singolari declinazioni del mondo letterario 3 Maggio 2019 – Posted in: Focus a bit

Le curiose dinamiche del mondo letterario travalicano spesso i confini dei singoli Paesi: una realtà complessa e articolata la cui comprensione d’insieme, per il lettore, risulta a volte ardua. Gli amanti dei libri sono abituati a selezionare le letture guidati dall’istinto e a buttarsi a capofitto su ogni pagina, assaporandone trama e stile, costruzione dei personaggi e ambientazione, fino a giungere alla risoluzione dell’intreccio senza interrogarsi sui reali motivi che li spingono a scegliere determinati volumi o sul perché proprio quei romanzi abbiano superato il varco nazionale per giungere nelle librerie.

Alcuni mesi fa mi sono imbattuto in un’interessante raccolta di saggi di Tim Parks, intitolata “Di che cosa parliamo quando parliamo di libri” (UTET 2013), che rivela una stimolante e singolare visione del variegato pianeta dei libri e della scrittura.

Parks è uno scrittore e giornalista inglese, nativo di Manchester, autore di molti romanzi e saggi, nonché traduttore in lingua inglese di autori quali Alberto Moravia, Italo Calvino, Antonio Tabucchi e Roberto Calasso. Vive in Italia e dal 1991 insegna Traduzione letteraria e Traduzione tecnico-scientifica all’Università IULM di Milano. Un professionista del settore, dunque, la cui esperienza a tutto tondo ci consente di comprendere a pieno i meccanismi di una realtà letteraria la cui vocazione diviene sempre più globale.

L’autore, in premessa, si pone una serie di interrogativi che culminano in un inquietante e provocatorio dilemma: “Forse alla fine l’alta opinione che abbiamo dei libri, della letteratura, è semplicemente ridicola. Forse è solo una forma di incanto, il fascino collettivo per l’amor proprio e l’autocompiacimento, quello della giuria dei premi letterari, per esempio, quando invita il suo nuovo eroe a salire sul podio. Ma i libri hanno mai cambiato qualcosa?”. Di seguito sviluppa in modo sistematico e preciso numerose tematiche, attingendo alla sua vasta formazione professionale e personale e offrendo al lettore la possibilità di un autentico approfondimento, senza tralasciare momenti di ironia e leggerezza.

Il punto di partenza della trattazione è un dogma fortemente radicato negli ambienti letterari: “Il mondo ha bisogno di storie”. Alla base c’è l’idea che la realtà stia divenendo sempre più complessa: la società frammentata in cui viviamo richiede una narrazione articolata, tale da consentirci la comprensione di questa complessità attraverso un percorso personale. Ammetto di essermi interrogato più volte sulla necessità di nutrirsi di storie, non solo per assecondare la convinzione di Umberto Eco secondo cui “chi legge avrà vissuto 5000 anni”, ma anche perché sono intimamente convinto che la lettura, oltre a essere “un’immortalità all’indietro”, sia un modo per riflettere sulla propria vita “spiando” le esperienze e le sensazioni altrui trascritte su pagina.

La visione di Parks appare, invece, più pessimista: la nostra lingua, per come è strutturata, pullula di storie embrionali. Le stesse parole presuppongono una storia, una narrazione la cui conoscenza ci consenta di comprendere il significato della parola stessa, sia con riferimento a realtà naturali che a entità inventate. Tra queste ultime, la parola “sé” è certamente la più importante. Secondo l’autore, il “sé” si trascina dietro necessariamente il resoconto dell’esperienza personale, il modo in cui ognuno di noi ha modificato le proprie caratteristiche nel corso dell’esistenza lasciando inalterati i tratti essenziali. In fondo il romanzo, nei suoi esiti principali, non è che un processo di costruzione della propria individualità immutata nel tempo, attraverso cui lo scrittore offre storie eterogenee plasmate sul proprio sé. Il dubbio è se davvero abbiamo bisogno di questa stratificazione di individualità che procura soltanto una visione illusoria della vita, di un “sé” che concretamente non esiste.

Eppure, a mio avviso, spesso la gratificazione di nutrirsi delle preziose individualità altrui può compensare quest’illusione. Accertata l’esistenza di numerose potenziali storie, con la consapevolezza di essere ormai invischiati in una fitta tessitura di individualismi, come ci poniamo di fronte a queste narrazioni?

Parks delinea un acuto e originale “identikit del lettore”, traendo origine da un quesito che in molti ci siamo posti: perché di fronte a un medesimo romanzo la comunità dei lettori esprime opinioni disparate che passano da un estremo all’altro? L’autore spiega la diversità di gusti e reazioni nei confronti di un libro e i disaccordi tra lettori richiamando la teoria sistemica di Valeria Ugazio, psicologa milanese. Ogni personalità si sviluppa all’interno di una comunità di origine in cui sono stabiliti criteri secondo cui si approva o si biasima un determinato tema. I membri tendono a manifestare le qualità che riscuotono attenzione da parte del gruppo ponendosi ai poli opposti oppure rimanendo in una situazione centrale di confusione. Secondo Parks, quindi, le nostre reazioni verso i romanzi dipendono anche dal tipo di sistema in cui siamo cresciuti, dai criteri e dai parametri che abbiamo introiettato nel valutare il soggetto di un’opera. L’autore stesso, cresciuto in una famiglia di forte impronta religiosa, nel valutare uno scrittore come Dostoevsckij, sostiene di concentrarsi molto sul dilemma tra bene e male. Altri lettori (tra cui il sottoscritto) magari apprezzeranno la capacità del protagonista di affermare la propria personalità e di recidere i vincoli con una società soffocante.

Se un lettore, all’interno di una comunità letteraria, riafferma la posizione assunta in famiglia, come dovrebbe comportarsi dinnanzi a un libro che soddisfa pienamente i suoi gusti o che al contrario se ne discosta totalmente?

Nel famoso decalogo del lettore stilato da Daniel Pennac è contemplato “il diritto di non finire il libro”. D’altronde anche Schopenhauer sosteneva che la vita è fin troppo breve per leggere libri brutti, dei quali, per farsi un’idea, basterebbero le prime pagine: considerata la sterminata mole di volumi in circolazione è preferibile non sprecare il proprio tempo. E nei confronti dei libri a cui siamo legati in modo viscerale come si dovrebbe agire?

Secondo Parks un bel libro non necessariamente va letto fino in fondo, ci si potrebbe interrompere giunti a un punto in cui la soddisfazione è tale da non avvertire l’esigenza di scoprire l’epilogo (che potrebbe, oltretutto, rivelarsi deludente). Inevitabile il contrasto con il concetto di opera d’arte da considerarsi come un tutto organico, apprezzabile soltanto nella sua interezza: l’epilogo rappresenterebbe, allora, l’unico elemento che ci consentirebbe di cogliere il significato retrospettivo dell’intera opera. Eppure l’esperienza di molti lettori appare diversa: nei libri in cui la trama è l’elemento dominante, spesso ciò che si apprezza non è la conclusione, la soluzione, ma il modo in cui le vicende narrate si svolgono, quale enigma emerge dal racconto, le forze che spingono in avanti l’intreccio e la sua progressiva costruzione. Salvo far parte di una schiera di lettori particolarmente esigenti che ritengono l’esperienza letteraria compiuta solo se si giunge all’ultima pagina.

Ѐ il turno dello scrittore, la cui attività assume sempre più un carattere professionale. Ciò che ha attirato la mia attenzione in tale trattazione è l’idea che l’autore abbia sempre più radicata la convinzione di non essere un vero scrittore se non tradotto all’estero. Un giudizio lapidario, che sembra condizionare il lavoro di molti. Il mercato letterario globalizzato sussurra una nuova definizione di grandezza, direttamente proporzionale a quanto si riesca a imporsi come fenomeni internazionali.

Ne derivano importanti effetti sul modo di scrivere, con la conseguente rimozione di ogni ostacolo che impedisca un’agevole comprensione da parte del fruitore internazionale: se molti autori del passato non si curavano del fatto che i propri romanzi richiedessero una notevole fatica cognitiva da parte del lettore, che avrebbe dovuto conoscere la realtà nazionale per addivenire a una corretta interpretazione dei fatti narrati, ciò non accade per molti romanzi contemporanei tradotti in tutto il mondo e che denotano una certa omologazione volta a consentirne la fruibilità oltre frontiera.

Quell’opera che “fruga nelle sottili sfumature della propria lingua e cultura letteraria” appare ormai relegata in un angolo, al punto che Parks provocatoriamente afferma che Jane Austen oggi non vincerebbe mai il Premio Nobel.

A tale Premio l’autore dedica uno specifico e illuminante capitolo della sua conversazione scritta, mettendone in luce criticità e contraddizioni. A detta di Parks l’Accademia svedese si troverebbe nell’impossibilità di adottare un criterio puramente estetico, considerata l’estrema difficoltà di una selezione basata sull’approfondita disamina degli scrittori potenzialmente meritevoli di premiazione. Il criterio adottato sarebbe, invece, di carattere più politico: «cominciamo con l’inquadrare le aree del mondo che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, magari per un’agitazione politica o perché accusate di violazioni dei diritti umani; troviamo gli autori che si sono già guadagnati una bella dose di rispetto e magari anche qualche premio importante nella comunità letteraria di quei paesi, e che si sono schierati apertamente dalla parte giusta dello scontro politico in questione, e li selezioniamo».

Se pensiamo che, secondo le intenzioni iniziali, tale Premio sarebbe dovuto andare all’autore che nel campo della letteratura mondiale si fosse “maggiormente distinto per le sue opere in una direzione ideale”, il criterio sopra descritto appare più che plausibile.

Negli anni non sono mancate le sorprese e le polemiche, a iniziare dal primo premiato nel 1901, il poeta francese Sully Prudhomme, che vinse a discapito di scrittori del calibro di Émile Zola e Lev Tolstoj. Riflettere sul fatto che altri celebri scrittori – Marcel Proust, James Joyce, Louis-Ferdinand Céline, Vladimir Nabokov – non l’abbiano mai vinto ci fa apprezzare ancor di più l’ironica chiusura di Parks: «diciotto (o sedici) cittadini svedesi avranno una certa credibilità quando si tratta di valutare opere letterarie svedesi […] ma può davvero esistere un gruppo in grado di comprendere l’infinita varietà di opere appartenenti a così tante tradizioni diverse?».

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