LA RINASCITA di Elisa Marchinetti ( 1° classificato alla 40° edizione del Concorso Letterario di Acquafredda ) 28 Novembre 2019 – Posted in: 8bit_stories

Si era fatto da poco giorno e il cielo sembrava promettere bene. Le nuvole cupe e minacciose della sera prima avevano lasciato campo a una volta tersa e limpida. Solo qualche venatura sfilacciata di un rosa livido movimentava l’orizzonte in lontananza. Seduta a gambe incrociate sul pavimento freddo e con le mani appoggiate sulle ginocchia, Laura si soffermò a guardare attentamente quel groviglio di filamenti avvizziti e peduncoli inerti che spuntavano da una palla di terriccio adagiata su un foglio di giornale. Al centro due bulbi di orchidea ormai in agonia. Ai lati briciole sparse di un composto sminuzzato. Nient’altro che la trasposizione naturalistica di un fallimento, il suo, concluse con amarezza e una punta di rassegnazione, sollevando il capo e allontanando dal viso, con fare deciso, quella sottile ciocca di capelli che sfacciatamente e ostinatamente le scendeva sugli occhi tutte le volte che reclinava un poco il busto. O quando bruscamente si girava, che fosse per difesa o per paura o un riflesso condizionato, a celare il terrore marchiato a fuoco nell’animo. E per qualche minuto, interminabile, con il volto mezzo nascosto e il fiato mozzato, respirava il gusto amaro del terrore. Poi, lentamente, si riappropriava della luce con quel gesto iterato delle due dita a lisciarsi il ciuffo che era diventato il suo tratto distintivo, la cifra della sua inquietudine, la cinestesia della tensione. E il più delle volte ciò che liberava era la maschera del suo dolore. L’impronta di una violenza subita, la sottomissione imposta a suon di sberle.
“Due sberle ben date ti rimetteranno la testa a posto”, le urlava digrignando i denti, e sbavando bile ai lati della bocca, mentre muso contro muso la fissava con ancora il palmo alzato sopra il suo volto. E con le iridi dilatate saettanti rabbia.
La testa a posto… Un refrain ossessivo che a lungo aveva stagnato nel limbo della sua debole identità, consumandola nella lenta dissoluzione del suo io e la supina accettazione di quella violenza. E aveva accresciuto i suoi sterili interrogativi che pavidamente aveva via via relegato sotto pelle e imparato a sottacere. Per non innescare altro dolore, per non innervosirlo ulteriormente, per dimostrargli obbedienza. Per sopravvivere, soprattutto. Come se in tutti quegli anni lei non gli avesse dimostrato il suo affetto, la sua dedizione, un asservimento quasi totale. Eppure non bastava mai. Eppure era sempre tutto sbagliato, ciò che faceva o ciò che diceva. O addirittura entrambe le situazioni combinate. E qualsiasi pretesto valeva una scenata collerica.
Da tempo i due steli svettavano nudi verso il soffitto senza dar segni di una imminente rinascita, due esili braccia tese a inseguire una loro personale traiettoria. Due stecchi ormai glabri di vita che, dopo uno stesso breve tratto percorso in parallelo, giunti a un bivio avevano ognuno inseguito la propria intima e sofferta direzione. Della bellezza di quei delicati fiori screziati di lilla, che le facevano l’occhiolino dall’angolo della sala, solo un vago ricordo perso nei rivoli della memoria. Della loro tonalità, invece, un vivo e doloroso ricordo che pulsava a ogni rimando. Quasi della stessa sfumatura dei suoi lividi, di quei lasciti che lui le imprimeva solitamente tra l’occhio e lo zigomo destro a sigillo della sua prepotenza. Se li era trovati sul tavolo in cucina, una mattina dopo una lite furiosa, in un vaso di ceramica bianca, delicatamente avvolto in una carta traforata e sigillato all’apice da un bel fiocco dorato. Un semplice “ti amo” vergato in fretta sul bigliettino a liberarsi la coscienza era il tragico post scriptum a quella violenza.
Da allora varie, sintetiche e false espressioni amorose si erano susseguite unitamente a mazzi di fiori che lei degnava di qualche sguardo sfocato, mentre con apparente dedizione se ne prendeva cura. Nella disperazione dei momenti bui nella propria solitudine, trovava rifugio nei recessi della mente dove finalmente libera vagava, là dove nessuno sarebbe arrivato. Là dove a lui non era permesso entrare.
Delicatamente continuò a sezionare i bulbi. A nulla erano valsi i tentativi di rianimare le orchidee con dosi d’acqua oltre il consentito e potature continue. Il troppo, in entrambi casi, le era sfuggito di mano. Il risultato due smilzi ramoscelli, due entità in sofferenza. Due aridi steli e nient’altro. La rappresentazione di lei e lui, a ben guardare. La metafora calzante del suo sbilanciato rapporto amoroso, si sorprese a pensare, lo specchio del suo vissuto, il ritratto fedele della sua esistenza, nella ormai quasi assenza di vita e prospettive. Già, come se la natura le rimandasse in maniera speculare il conto della sua inettitudine. Ma da quel baratro di cui aveva sfiorato la profondità doveva riemergere, sfinita ormai da quell’angosciante stato emotivo. E all’àncora della salvezza della propria identità, con le proprie forze doveva aggrapparsi.
Cominciò a pulire i bulbi, togliendo i filamenti morti. “Ci deve essere ancora un po’ di vita”, sussurrò, mentre delicatamente tastava qualche radice, celando in quella speranza il conscio desiderio di una rinascita. La sua in primis. Dei due bulbi, a ben guardare, uno solo sembrava contenere germi di vita e a quell’idea farcita di speranza un largo sorriso si fece largo sul suo volto smagrito. Un soffio di vita nuova le aprì nuovi orizzonti che sapevano di riscossione e libertà. E di pensieri positivi. Anche adesso, come allora, nessuno sapeva dove lei si trovasse. Anche questa volta non sarebbe arrivato nessuno. Ma lei non lo stava più aspettando. Sorrise verso il cielo terso. Con un po’ di fiducia, sapeva rialzarsi da sola.

COLORI NEL BUIO di Vanni Camurri ( 2° classificato alla 40° edizione del Concorso Letterario di Acquafredda ) »