La fortuna aiuta gli audaci. Intervista a Fabio Bacà. 3 Giugno 2019 – Posted in: Chiediamolo all'autore

Dalla misura cosmica a quella cellulare, tutto questo in un libro, “Benevolenza cosmica” di Fabio Bacà (Adelphi, 2019), presentato quest’anno al Salone del libro di Torino insieme all’autrice Loreta Minutilli come il miglior esordio letterario italiano del 2019. Una voce altisonante, divertente e molto vicina all’umano nella sua contemporaneità che arriva quasi in punta di piedi a darci qualcosa che ancora non c’era nella narrativa italiana. La trovata originale è certamente una storia fuori dai soliti cliché il cui protagonista, il giovane Kurt O’Reilly, si ritrova vittima di una congiuria interplanetaria che lo travolge con ondate di fortuna al limite dell’accettabile. Come un don Chisciotte postmoderno, non nelle pianure aride della Mancia ma in una Londra cosmopolita, Kurt s’avventura in un intreccio tragicomico di accadimenti surreali e personaggi esilaranti. Difficile resistergli. E dove può non bastare l’ironia, a mettere d’accordo tutti arriva uno stile narrativo consapevole e colto.

Fabio, premetto che a me piace parlare solo di libri che mi hanno emozionato, che mi hanno dato qualcosa, uno spunto su cui riflettere, annotazioni da ricordare, o che sono diventati oggetto d’arte contemporanea per le duemila linguette appiccicate alle pagine. Quindi è un onore per me poterti fare alcune domande.
Il tuo personaggio Kurt O’Reilly permette al lettore di affacciarsi a riflessioni che introiettano in una dimensione metafisca che, per contrasto a quella caotica materialista e postmoderna di una Londra che fa da scenario a tutto il romanzo, vien fuori quasi di prepotenza. L’iperbole simbolica di eccessi al limite del fastidioso di una Benevolenza cosmica con cui Kurt si trova ad avere a che fare, sembra ci voglia parlare in realtà dell’esatto opposto, del fallimento umano. L’uomo oggi è sempre più incapace di dire di sì alla vita perché nella modernità ha smarrito la strada verso se stesso e se ne è allontanato talmente tanto che nemmeno più se ne rende conto. Kurt si appella alla sua deformazione professionale, alla statistica e ai numeri, un modo forse di non farsi toccare dalla materia più spirituale, intimista. Io penso che ciascuno sia attratto da ogni vortice e da ogni energia affine alla propria natura, credi che l’uomo abbia perso la capacità di riconoscerli? Qual è l’esigenza filosofica, il punto di vista, la denuncia su cui hai costruito questa storia?

Prima di tutto consentimi di unirmi specularmente alla tua premessa – nella quale sostieni di sentirti “onorata” di potermi intervistare – esprimendo altrettanto piacere nel soddisfare le tue curiosità.
Vorrei rispondere alla prima partendo da un aneddoto apparentemente poco significativo. Un paio di mesi fa, più o meno in coincidenza con l’uscita del libro, mi capitò di cenare in uno dei ristoranti di cucina alternativa che frequento da anni (e alle cui caratteristiche gastronomiche e architettoniche alludo vagamente in uno dei capitoli conclusivi del romanzo). Sulla lavagna che esponeva il menù del giorno era riportata una frase di Lao-Tzu: “Abbi cura di avere qualcosa in cui credere.”
Nulla di particolarmente folgorante, in teoria: Lao-Tzu si è espresso tramite epigrammi d’impatto ben maggiore. Eppure ne rimasi colpito. Credo che parte della mia meraviglia fosse imputabile proprio all’apodittica ovvietà dell’esortazione: che un essere umano abbia bisogno di appigli spirituali è qualcosa che gli abitanti di un paese dal profondo retaggio religioso come il nostro reputano normale. Ma ciò che mi fece riflettere, in particolare, furono le sfumature dell’espressione abbi cura (un invito fraterno, più che un’imposizione paterna) e della parola qualcosa: Lao-Tzu (ammesso che sia esistito, ma il dettaglio è irrilevante) sembra così antidogmatico da suggerire di credere a qualunque cosa, pur di avere semplicemente fede.
Ora, mi tocca produrmi in una colossale banalità sostenendo che la deriva ostinatamente scientista degli ultimi secoli sembra aver progressivamente annacquato ogni impulso religioso, e forse è altrettanto solare che questa deriva non ci abbia resi più felici o soddisfatti. Mi pare sia Jung ad aver sostenuto che quasi tutte le nevrosi in cui si era imbattuto nel corso della sua carriera traevano origine da una mancanza di fede in qualcosa di trascendente. Le mie conoscenze di psicologia sono limitate e non ho i mezzi per assumere o confutare un’affermazione così lapidaria: mi limito a valutarne l’ampiezza epistemologica. Ogni scrittore ha delle idee fisse, dei temi ricorrenti, e io ho già sostenuto pubblicamente che è piuttosto probabile che continui a scrivere storie che abbiano a che fare con la ricerca del sé, e del rapporto dell’uomo con la sua spiritualità. Credo di poter definire “Benevolenza Cosmica” come un primo approccio a questi temi.

Kurt è un uomo intelligente, dotato di forti basi scientifiche e culturali e possiede ottime risorse economiche, è un caso o pensi che queste caratteristiche siano state le più incalzanti per te al fine di far emergere il concetto secondo cui la conoscenza può offrire all’uomo gli strumenti adatti ad avvicinarlo davvero alla redenzione, alla salvezza e alla vera scoperta di sé?

Uh, non vorrei indossare i panni del reazionario, ma a dire il vero non sono per niente sicuro che la cultura e la conoscenza – specie quella tecnologica – siano propedeutiche alla scoperta della reale natura del sé o a un’ipotetica salvezza, qualunque cosa tu intenda per essa. Sono molto grato all’umanità per tutte le cose sorprendenti che ha prodotto in termini culturali e scientifici: lo sono decisamente meno per come sia riuscita a subordinare il progresso morale a qualunque altro impulso di crescita economica e innovazione. Un intelletto vivace, coltivato sull’humus di buoni libri, e la ricchezza materiale non rappresentano necessariamente il sentiero maestro verso la conoscenza di sé. Kurt è un figlio di questo secolo: un prodotto fatto e finito della civiltà occidentale. È ricco, giovane, affascinante, intellettualmente dotato. Perché dovrebbe essere interessato più alla redenzione che al mantenimento o al miglioramento del proprio status sociale? Perché dovrebbe anelare alla scoperta della propria intima natura spirituale? Fino a quando non gli accade qualcosa di inimmaginabile, in realtà, non ha nessun motivo per avvicinarsi a un lato di sé di cui probabilmente ignora persino l’esistenza. Detto ciò, non ho vocazioni pauperiste e non credo sia il caso di rivalutare la povertà economica come mezzo di accesso al regno dei cieli, né tantomeno propugnare l’ignoranza come veicolo di ascesi. Mi limito a constatare che l’istruzione, e il progresso tecnologico che da essa deriva, sono solo strumenti: usarli bene o male dipende solo da noi. Non hai anche tu l’impressione che l’umanità, in proposito, avrebbe potuto fare molto meglio?

Il personaggio principale è sposato con Liz, una scrittrice affermata, della quale descrivi meravigliosamente il modo con cui abita il suo mestiere, la letteratura, le sue storie e i suoi personaggi. “Mia moglie non riusciva a concepire di introdursi nella psicologia di un essere umano limitandosi a chiedergli di illustrare i suoi automatismi applicati a un caso teorico: avrebbe significato contrapporre alla verità la verosomiglianza, compromesso a cui si sarebbe piegata solo in caso di necessità. Voleva di più. (…) Voleva muoversi in un abbozzo di trama per cogliere processi mentali e maniacalità assortite dal punto di vista privilegiato della parte in causa.” E ancora, “Per lei, il caos esteriore era il necessario corollario all’ordine e al rigore delle trame letterarie.” “Aveva simulato attitudini, competenze, emozioni e interi blocchi di personalità con i membri di tutte le categorie professionali cittadine, eppure davanti a me non riusciva nemmeno a nascondere la natura convezionale delle sue sensazioni (…).”  Quanto di te credi ci sia in Liz? Qual è il tuo rapporto con la scrittura, di quali tipi di filtri ti equipaggia, se ce ne sono?

All’inizio credevo che sarebbe stato inevitabile traslare qualcuna delle mie fissazioni nella personalità di Elizabeth, scrittrice emergente di crescente fama, anche se durante la prima stesura del romanzo il sottoscritto era tutt’altro che emergente (e a malapena poteva definirsi scrittore, se non nell’ovvia accezione letterale di “colui che scrive”). Sicché, nel tratteggiare i contorni caratteriali di un’artista che ha pochissimi aspetti in comune con il suo creatore (Liz è donna, sposata, ventinovenne, ha origini patrizie ed è la fiera abitante di una scintillante metropoli straniera) ho lavorato più che altro di fantasia. Tutte le fisime di Elizabeth a cui alludi sono pura invenzione e non mi appartengono, ad eccezione del rapporto simbiotico con il processo creativo (nel libro evocato dall’episodio di Liz seminuda che si sveglia per trascrivere frenetiche intuizioni notturne, che alla luce si riveleranno quasi impossibili da decrittare). Credo che l’attitudine poietica di uno scrittore sia un meccanismo che non ha mai requie: ogni fatto che accade – opportunamente elaborato – può rivelarsi un aneddoto da trasferire su carta. Il valore letterario della resa è un altro discorso, ovvio, ma l’impulso alla ritenzione di qualunque fatto vagamente inusitato resta in perenne modalità attiva. Uno dei miei libri-feticcio sul tema è “Lo scrittore fantasma” di Philip Roth, che ogni aspirante narratore dovrebbe leggere con estrema attenzione. L’incontro tra un anziano romanziere di fama e un giovane scrittore diventa il pretesto per un magistrale affresco sulle stravaganti priorità a cui la scrittura subordina ogni altro aspetto del vivere, e sul perturbante ruolo che tali priorità finiscono per avere nell’esistenza dei propri familiari. Il che mi ricorda un aforisma attribuito proprio a Roth: “quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita”. Forse non è un caso che io abbia voluto attribuire alla scrittura una funzione importante ma non strettamente fondamentale. Esordio o meno, il mio rapporto con l’invenzione narrativa rimane affettuoso, ma tutt’altro che ardentemente passionale.

Per quanto riguarda Kurt O’reilly invece, che è il personaggio principale, come ci hai convissuto durante la stesura del romanzo?

È stato facilissimo convivere con il mio protagonista, perché “Kurt O’Reilly c’est moi”. La frase, in realtà,  appartiene al fiammeggiante bovarista Diego De Silva, che su «Il Mattino» di qualche settimana fa ha scritto una lusinghiera recensione del mio romanzo, dichiarando le sue affinità caratteriali con O’Reilly. Il che, a rifletterci bene, sembra condurre all’evidenza che di Kurt ce ne siano in circolazione almeno due: io e il caro Diego.
Non sono un fanatico assertore delle necessarie coincidenze tra protagonista e creatore (o forse dovrei dire “tra protagonista e idea che del creatore si è fatto il creatore stesso”), ma in questo caso non avrei trovato un modello migliore del Fabio Bacà trentenne che di frequente affiora nel romanzo: un Fabio/Kurt ritratto, forse non a caso, alla vigilia di una strana agnizione spirituale – proprio come è accaduto al sottoscritto diciassette anni fa: episodio sul quale sorvolo per motivi intuibili. Quanto ai dettagli del mio concubinato di quasi quattro anni con un personaggio che mi somiglia così tanto, vorrei sottolineare due aspetti. Il primo è che sono un convinto sottoscrittore della teoria secondo cui sono le differenze che rendono speciale e produttivo un rapporto, e quindi nel corso delle sei o sette stesure complessive – a cui aggiungo il numero pressoché incalcolabile di estemporanei interventi supplementari – ho cercato di concentrarmi più sulle difformità caratteriali che sulle coincidenze: un po’ perché non volevo annoiarmi a scrivere di me stesso, e un po’ perché intendevo mettere alla prova una mia versione vagamente alternativa. Il secondo aspetto è legato al periodo non facile che ho vissuto tra il 2014 e la metà del 2015 e al quale devo l’idea alla base del romanzo. Ho tratto da quei lunghi mesi una visione piuttosto disincantata del mio carattere, e della mia capacità non esattamente incoraggiante di reagire con decisione alle avversità: ebbene, poiché avevo bisogno di un uomo in bilico, di un antieroe letterario, non mi sono fatto troppi scrupoli nel sottolineare le debolezze di Kurt ben più di quanto ne abbia evidenziato le virtù.
Il che, alla fine, si è rivelato un buon sistema per venire a patti con gli aspetti più deludenti e sconfortanti di me stesso.

Quando hai capito che scrivere sarebbe stata la tua strada, la tua salvezza, se per te si può definire in questo modo, e come è avvenuto?

Non sono ancora sicuro che sia la mia strada, Emanuela, se per tale intendi una vocazione definitiva. Scrivere è una strana faccenda, per me. Passo metà del tempo davanti al pc a sperare di essere interrotto da chiunque – fidanzata, familiari, gatto, sconosciuti al telefono. Della restante metà, ne trascorro i due terzi ad abbozzare qualche sintagma sensato. Ogni tanto capita di afferrare la coda di un’ispirazione ondivaga e reticente, e in quelle occasioni riesco a buttare giù una mezza pagina che magari non mi toccherà rinnegare la mattina seguente. Non si direbbero gli attributi di un’attività salvifica, in effetti. Credo di aver voluto essere uno scrittore sin da quando ho cominciato a leggere, prima ancora dell’età scolare: da piccolo soffrivo d’asma, non potevo muovermi granché e leggevo – o mi leggevano – libri in continuazione.  Poi, in gioventù, mi sono imbattuto in autori di tale incommensurabile grandezza che ad un tratto mi sono lasciato sopraffare da un senso di assoluta inadeguatezza: come potevo autorizzarmi a coltivare la mia antica ambizione se al mondo esistevano, o erano esistite, persone in grado di scrivere cose così belle? Non era invidia, la mia: era la semplice constatazione che anche solo concepire di ascendere a certi livelli sottintendeva una presunzione smisurata.
Ho preferito dedicarmi ad altro, ed è stato un bene. Se a vent’anni mi fossi misurato con il talento altrui non ne sarei uscito emotivamente incolume. Ho studiato giornalismo, così da mettere a frutto le mie inclinazioni in un ambito affine alla letteratura, ma dopo qualche anno di esperienze ho capito che non era ciò che volevo davvero. Poi, nel 2005, quando avevo già 33 anni, due fatti apparentemente scollegati – una relazione mai decollata con una ragazza del posto e un articolo di giornale che pubblicizzava un concorso letterario – mi hanno spinto a scrivere il mio primo racconto: la storia di un’incipiente passione ostacolata dai rovelli esistenziali del protagonista. Lasciamelo dire, Emanuela: erano sei o sette pagine veramente orrende, di cui ho rimosso persino il titolo. Sconclusionate, barocche, pretenziose: approfitto per chiedere tardivo perdono agli organizzatori del concorso e a chiunque abbia dovuto sorbirselo. Ma quella prima esperienza è stata formativa: nel gennaio di due anni dopo ho scritto “Il clandestino”, malinconica storia di un ragazzino fantasma spedita al concorso letterario nazionale La Clessidra di Terni. Con mia grande sorpresa sono arrivato secondo e la presidentessa della giuria ha definito il mio racconto “sconvolgente”.
Quello è stato il primo e decisivo indizio. Forse, mi sono detto, non sarei mai asceso a certe vette, ma con il tempo avrei scalato una dolce collinetta dalla quale diffondere un po’ della mia occasionale ispirazione.
Per ora sono accampato qui. Non si sta affatto male.

Il tuo è indiscutibilmente stato un esordio letterario come non se ne vedevano da un pezzo in Italia, tant’è che “Benevolenza cosmica” è stato definito uno dei migliori del 2019. Il tuo stile narrativo è di ampio respiro, convive con territori internazionali e la linguistica è contaminata da influenze mitteleuropee, e poi c’è l’idea di una storia sicuramente geniale che offre molti spunti di approfondimento. Il lettore si trova ingaggiato in una dinamicità da roller coaster, tocca concetti di alto valore filosofico, tematiche karmiche ed esistenzialiste, probabilità e statistiche sottesi a picchi di arguta ironia. Tutto questo si fissa nella memoria come qualcosa che torna a farci riflettere, a volerne riparlare. Vorrei chiederti, sulla base di quanto detto, se pensi sia vero che da un ingresso così nel mondo letterario, con un’asticella già così alta, si è un po’ condizionati nei successivi lavori dall’ansia da prestazione?

Direi di no. O almeno: prima che tu mi ponessi brutalmente di fronte al problema, non mi ero ancora focalizzato sulla questione delle aspettative che un esordio del genere avrebbe generato sul prossimo romanzo – né, di conseguenza, su cosa avrei dovuto inventarmi per esserne all’altezza.
Grazie delle prossime notti insonni, Emanuela. Sono un tipo abbastanza incline a preoccuparsi del futuro, ma un esordio così tardivo porta con sé dei vantaggi: il primo è sicuramente che dopo quasi 47 anni passati a essere uno sconosciuto (ora lo sono solo un po’ meno) non sarebbe così traumatico tornare nel più completo anonimato se il prossimo romanzo, o i prossimi, fossero impubblicabili. Quando mi capita di pensarci – è già successo, non ti preoccupare! – mi limito a sperare che il mio primo libro non sia il mio unico libro: ma soprattutto che non sia il mio libro migliore.

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