La desertificazione della musica 1 Febbraio 2019 – Posted in: Cult a bit

Se i “grandi” del mondo non inizieranno a darsi realmente una mossa per rallentare e poi eventualmente fermare il declino del nostro pianeta, gli scienziati e i luminari che seguono da anni gli effetti dell’inquinamento dovranno, ahinoi, parlare sempre più di desertificazioni che creeranno carestie, immigrazioni di massa, et cetera. Questa la realtà del mondo, oggi.

La desertificazione nel mondo della musica invece, è già in atto da tempo e, anzi, è una realtà conclamata per tutta una serie di cause e concause attuate dalla pattuglia di multinazionali e nuovi guru delle tecnologie, che, guarda un po’, hanno lo stesso fine dei grandi gruppi petroliferi, degli squali della finanza, di corporazioni e lobby varie che manovrano come marionette i politici di tutto il mondo, con un solo fine: il profitto.

Il risultato è sotto gli occhi, pensiamo, di tutti. E se ancora non lo fosse, bene, andiamo a elencare una serie di evidenze.

Quantity, non quality

Fatboy Slim, DJ di dimensioni stellari (un po’ di anni fa, ora fa qualche marchetta qua e là, dove riesce), già parte di un gruppo pop inglese negli anni ’80 (Housemartins), aveva un modus operandi ben preciso, cinico e spietato. Lui, grande stacanovista, puntava alla quantità più che alla qualità della musica. Il concetto era semplice: producendo più musica possibile, prima o poi avrebbe imbroccato una hit. Oggi, 2019, applicare questa bizzarra teoria a un’arte che 100 anni fa Kandinsky, in un suo libro, definiva come il linguaggio più avanzato, “premonitore” di nuovi stili e tendenze, è ancora più facile. Nell’era in cui, come dice Dave Eggers nel suo romanzo distopico “Il cerchio”, impera il surveillance capitalism, il capitalismo che ci sorveglia attraverso i social e il nostro sempre più assiduo web surfing, gli algoritmi macinano i nostri big data, è più facile costruire a tavolino una hit. Sanno cosa vogliamo e quindi la creatività va a farsi fottere. Il corto circuito della creatività è evidente. Hendrix, i Beatles, i Rolling Stones, ma senza andare indietro nel tempo, gente come i Radiohead (fra i maggiori nemici del web, fin dagli albori di piattaforme come Spotify o Deezer), cercavano la loro strada. Se la strada incrociava il “bisogno”, il “godimento” dell’ascoltatore… bene… altrimenti amen. Qui il processo è opposto. Il musicista non è più precursore. Si adegua al “sentire comune”. Ed è l’omologazione. E l’omologazione porta altra omologazione. E alla desertificazione della creatività, dell’originalità.

All you can hear: l’abbuffata del web

 All you can eat è una formula gettonata nei ristoranti trash di tutto il mondo. Mangia finché non scoppi. Il gusto, la raffinatezza, il piacere di mangiare, sono utopia. L’importante è abbuffarsi. Sulle piattaforme digitali che hanno dato una spallata mortale alla discografia, “mangiatoie del web” dove tutto è a disposizione come Spotify, Deezer, YouTube, iTunes, non si ascolta: ci si abbuffa di musica. Tanta musica. Chris Anderson, fondatore di Wired, la chiamava “codalunga”. La codalunga è un’infinita produzione di dischi, libri, film, serial tv, che semplicemente vanno a catturare le nicchie, micro nicchie, tribù che pensano di essere sotterranee. In questo modo si sopperisce all’incapacità delle multinazionali di produrre blockbuster. Certo, le mega hit internazionali ci sono ancora, ma non sono abbastanza per “fare profitto”. E allora si dà spazio a tutti, nel magnifico mondo del web, nell’ininterrotto rumore di fondo dello streaming. Tutti suonano, tutti hanno una band, tutti fanno un disco, lo mettono on line tramite Believe, CD Baby o chissà quale altro digital distributor (coloro che “caricano” e sparano sul web tramite i digital store, i negozi “liquidi” di musica odierna). Tanto tutti hanno un profilo Facebook o Instagram o un canale You Tube che seguono gli amici e gli amici degli amici… E la codalunga macina click, visualizzazioni, like. E il profitto cresce. A discapito della qualità.

La grande truffa del web

Come siamo arrivati al “capitalismo che ci sorveglia”, proprio grazie al web? Sì, proprio grazie a un mezzo che poteva sembrare risorsa infinita di input, di notizie, di “conoscenza” non solo per pochi, per chi viveva nelle grandi città, ma per tutto il mondo. Il web portava con sé una speranza di “impollinare” menti con potenziale ma poco accesso alla cultura. Gente come i Sigur Ros (dall’Islanda), i Kings Of Convenience (dalla Norvegia), i Cardigans (dalla Svezia), i Daft Punk (dalla Francia) avrebbero potuto esistere senza il web? Avrebbero trovato un posto in un mondo, quello musicale, abituato a “consumare” prodotti made in UK o USA? E all’inizio, dobbiamo riconoscerlo, ci si aspettava, grazie al web, che “la semina” avrebbe dato buoni risultati. Il fatto che iniziassero a sbucare gruppi dalla Scandinavia faceva ben sperare. Così come poi nella scena techno, con DJ non solo dalle cattedrali inglesi come Ministry Of Sound o Cream o Fabric, ma dalla Russia, dalla Finlandia, da angoli sperduti del mondo che non erano mai entrati nella geografia musicale. Ma qualcosa si è “ingrippato”. Perché ogni micro nicchia si “abbuffa” alla stessa micro mangiatoia del web. Perché gli algoritmi macinano dati per cui “se ti è piaciuto questo” va da sé che ti piaccia quest’altro… E così via. Ad infinitum. Non è più ascoltare, scoprire nuovi mondi. È onanisimo. È eremocene. L’era della solitudine.

La fine del melting pot

Non ci sono solo i Salvini e i Trump e i Bolsonaro che vogliono costruire muri, non mischiarsi con altre razze. Negli anni ’90, con i programmi all’avanguardia che tutti potevano trovare sul web, soprattutto nella scena della musica elettronica, la parola d’ordine era “Mix and match”. Il sampling, il “campionare” suoni di altri, da qualsiasi parte del mondo e da qualunque genere musicale, e farlo diventare altro, ha dato frutti impensabili, strabilianti. Piattaforme come Dropbox o programmi come WeTransfer permettevano agli artisti, magari in diverse parti del mondo, di mandarsi files musicali, che ogni “attore” poteva rivedere e correggere. Le potenzialità erano infinite. Ma poi si è arrivati alla “musica da cameretta”, alla sindrome da Hikikomori (in giapponese “stare in disparte”), come i ragazzi giapponesi che si chiudono in camera e hanno contatti solo sul web, anche i musicisti, intrappolati nella rete del web, lontani anni luce da quel bellissimo slogan coniato da un gruppo punk californiano (i Germs) che Kurt Cobain osannava sempre “what we do is secret”, quello che facciamo è segreto, iniziano a interfacciarsi, a navigare dentro le proprie nicchie. Ognuno di loro si sente più “cool” degli altri. Io sono hip, tu no. E piccoli muri crescono. Dentro a ogni muro ognuno ascolta sempre lo stesso refrain, la stessa canzone. Uno streaming in loop che annienta la mente. E siamo lontanissimi da quello di cui parlava Alex Paterson di The Orb, che si era inventato un mix incredibile di suoni etno, techno, reggae, funk, punk. Music for the cell brain, la chiamava molto semplicemente. Una sorta di “floating anarchy” (disco pietra miliare del freak rock dei Gong, gruppo anni ’70) in digitale.

Between Music, Robert Karlsson, ph credits Jens Peter Engedal.

La nuova frontiera della musica “esperenziale” e da colonna sonora

C’è qualcuno che è consapevole della “sostanza” inconsistente della musica dei nostri giorni. E allora ci si inventa altre strade per “stare a galla”. Se non si riesce a creare suggestioni vere, che emozionano, allora perché non pensare a musiche da “corollario”. Ovvero colonne sonore. È di queste settimane per esempio l’uscita del film “Suspiria” (classico di Dario Argento che viene ripreso da Luca Guadagnino). La colonna sonora è di Thom Yorke, leader dei Radiohead. La band inglese è un bel po’ che non butta fuori un disco decente (diremmo tranquillamente da Kid A e Amnesiac). E allora, Radiohead, osannati dagli hipster del cinema odierno, li trovi ovunque. Jonny Greenwood, polistrumentista dei Radiohead, ha firmato le colonne sonore di diversi film di Paul Thomas Anderson (“The Master”, “Il filo nascosto”). Max Richter, nome di punta della scena Alternative Classic (la musica classica moderna, un mare di produzioni una uguale all’altra, ma di cui non si può parlare male, perché oggi è trendy), sforna colonne sonore a cottimo (ben 29 dal 2010). Tutta musica che Erik Satie aveva definito “musica d’arredamento”. “Musica che facesse parte dei rumori d’ambiente – diceva ancora Satie -, melodiosa in modo da coprire il suono metallico dei coltelli e delle forchette senza però imporsi troppo”. Ascoltando i vari Nils Frahm, Peter Broderick, Ólafur Arnalds, possiamo senz’altro dire… Obiettivo raggiunto! Un flusso impersonale di musica che non dà fastidio. Se non fosse chiaro il concetto, vi consigliamo un esperimento. Provate ad ascoltare Jóhann Jóhannsson e la colonna sonora del bellissimo film “La teoria del tutto” (sulla vita di Stephen Hawking) senza l’ausilio delle immagini del film suddetto. Qualcosa non va… Senza le immagini, ancora, è musica per micro nicchie che hanno scoperto il nuovo trend e si parlano addosso su questa magnifica “scoperta”. E se non bastano le immagini a puntellare la musica “d’arredamento”, allora ci si inventano happenings dei più strani possibili. Come Between Music, un gruppo di danesi che si esibiscono immersi in vasche trasparenti, cantano con una tecnica vocale ottenuta con esercizi di apnea e yoga e si inventano nuovi strumenti “subacquei” dai nomi bizzarri (Hydraulophone, crystallophone, rotacorda). Bell’idea, ma la musica? Mmh… Una sorta di Bjork meno brillante dell’originale. Oppure largo a strumenti musicali fatti con il ghiaccio (come il tuba sphere di David Herskedal, suonati in igloo come succede all’Ice Music Festival Norway). Ma ancora, ascolti la musica e…

FKA Twigs

Il futuro è donna

E allora, spazzato via il profumo della musica d’altri tempi (il patchouli dei freak tipo Led Zep, l’odore della moquette zuppa di birra, vomito e whisky dei pub dei Pogues e Shane McGowan, rimpiazzati dall’asettico e inodore profumo degli antidepressivi o dei painkiller, o dalla stordente “maria” di oggi, che la chimica moderna ha reso cento volte più potente della quasi innocua “Mary Jane” degli hippy), spazzati via i negozi di dischi, dove gli appassionati di musica incontravano i music addicted come loro e si scambiavano informazioni, si contaminavano lontani dalla “sorveglianza del capitalismo”, chiusi i “santuari della musica” (il CBGB a New York, o, per stare a casa nostra, il Rolling Stone a Milano), stuprati pezzi di storia della cultura “altra” come il Chelsea Hotel di New York (a due passi da Strawberry Fields, in Central Park e da Dakota Suite, dove fu freddato John Lennon, dove abitavano musicisti, attori, registi, scrittori, e che ora diventa luxury hotel) l’unica via, oggi, 2019, sembrano essere le donne. Eh già… Ascoltate FKA Twigs, ballerina e musicista inglese; Avant Pop l’hanno definito. Canto narcolettico, ritmi simil hip hop, bassi fragorosi (attenti alle casse), atmosfere distopiche. Rebel without a pause, come direbbero i Public Enemy. O Joanna Newsom, che dietro la sua arpa canta come una sirena testi poetici e pieni di rimandi alla letteratura (cosa una volta in voga, vedi Jim Morrison con i maudit francesi). O Sharon Van Etten, una sorta di Patti Smith dei nostri tempi (ha appena pubblicato “Remind Me Tomorrow” ed è una delle protagoniste della bellissima serie tv “The OA”). O ancora la anglo pachistana Bat For Lashes (con il suo mix di synth pop, folk, dark mood e psichedelia), il duo americano al femminile CocoRosie, la writer e rapper di origini tamil M.I.A., la paladina del transgender Peaches, o, ultimo e non ultimo, per confondere le acque, stare lontano dallo scan del “surveillance capitalism”, Anohni, conosciuto in passato come Antony & The Johnsons, diventato da poco donna. Una che manderebbe in tilt le macchine per il riconoscimento facciale, ultima frontiera della “sorveglianza” da big data da cui tutte queste donne probabilmente sono riuscite a smarcarsi. Per ora….

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