“La Classe… politica” 3 Giugno 2019 – Posted in: Focus a bit

I docenti e la politica. Topic tornato all’attenzione dell’Informazione da qualche mese, in seguito ad alcuni moniti del Ministro dell’Interno a non fare politica in classe e, nelle ultime settimane, al volto malinconico e deluso dell’insegnante palermitana Rosa Maria Dell’Aria, sospesa quindici giorni dal suo incarico, “per non aver vigilato” sul lavoro dei suoi alunni in cui le leggi razziali venivano accostate al decreto sicurezza.

Scrivo dal punto di vista di una docente, praticando questo mestiere da sette anni circa. Scrivo e sorrido, quasi sbalordita che la nostra categoria possa aver conquistato prime pagine su testate nazionali e hashtag nelle piazze dei social media. Scrivo e sorrido perché la categoria “docenti” al mondo intero sembra un esercito silenzioso che si muove nei labirinti quotidiani di aule scorticate, prima aizzato e sedotto dai governi e poi dimenticato dagli stessi; un esercito che mostra sovente qualche volto dei suoi soldati peggiori, spiattellati nelle pagine di cronaca per la loro negligenza o per la loro disumana anaffettività; un esercito di nullafacenti che in tre mesi di vacanza cosadovrannoriposarsinonsisa.

Ma quando ci si accorge che uno di questi soldati (e non tra quelli peggiori) rompe il silenzio con un atto di quotidiana libertà, quando ci si accorge che un’aula scorticata e con aria viziata dopo ore di sovraffollate lezioni può diventare fucina di idee e generatrice di pensieri e di punti di vista… allora qualcosa accade.
E qualcuno ha paura. E qualcuno alza la voce. E qualcuno bacchetta le mani di quel docente lì che perfora la sua afonia e fa conoscere la sua voce al mondo.
E da quella voce si sfila un rosario di teatrini politici, trenini di slogan solidali, papiri di elucubrazioni sugli artt. 21 e 33, andati a recuperare frettolosamente nell’alcova di una Costituzione un po’ sbiadita nelle coscienze, anche Lei.

<I docenti devono fare politica, intesa come costruzione di una polis umana!>

<I docenti devono parlare di Politica, per formare cittadini in grado di pensare in modo critico!>

Pressappoco questi i concetti che venerdì 24 maggio, davanti al Ministero dell’Istruzione di Viale Trastevere, sono stati urlati o raccontati al megafono da alcuni sindacalisti, da qualche studente e da pochissimi docenti. Fortissimi nelle piazze social, teneramente fragili nelle piazze reali.
Noi docenti sembriamo aver riacquistato, soprattutto sul web, la nostra vis di intellettuali aderendo a una nuova Resistenza della scuola, votata a difendere le libertà di espressione e d’insegnamento. Noi docenti rivendichiamo il nostro diritto a parlare di Politica in classe, esulando da mere tifoserie partitiche, ma ergendoci a socratici formatori di menti libere e agenti nel presente, attraverso il passato e anelando a un “futuro migliore”.

Scrivo dal punto di vista di una docente che, prima dei suoi due anni di ruolo, ha vissuto cinque anni di precariato che vuol dire nomadismo in diversi istituti scolastici e incontri con realtà e colleghi diversi; scrivo e chiedo ai colleghi che mi leggeranno: “Ma quanto si parla di Politica in classe?” e, soprattutto: “Quanto si parla di Politica in Aula docenti?”.
La mia amara riflessione è il frutto di esperienze dirette e condivise da chi, come me, ha avvertito, agito o subìto un assordante silenzio in alcuni spazi condivisi con i propri colleghi, spesso insonorizzati ai rumori e alle battaglie del mondo.
In certe scuole si inscenano circhi di animali e di cuccioli in gabbia: si scandiscono le ore con il ticchettio di rigidi programmi scolastici (oramai obsoleti) e lo sbattimento delle palpebre degli alunni, sempre più chiuse agli spettacoli (funesti o gai che siano) del mondo.

Se qualche Ministro entrasse in questa idea di “scuola” qui, forse smetterebbe di averne paura, di alzare la voce e di dare bacchettate sulle mani.

Troppo spesso gli eserciti silenziosi e laboriosi di docenti, al suono della campana, si accommiatano distratti, si disperdono nei cortili delle scuole, diventano monadi innocue che hanno fretta di tornarsene a casa, per correggere le verifiche o preparare la lezioncina del giorno dopo.
Forse quello che manca a noi docenti è l’adrenalina del sognare, il coraggio di abbracciare il cliché che attraverso il nostro lavoro possiamo davvero cambiare il mondo, proprio dentro questo nostro mondo, senza ignavia e con ardore.

(…)

C’è pure chi educa, senza nascondere

l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni

sviluppo ma cercando

d’esser franco all’altro come a sé,

sognando gli altri come ora non sono: ciascuno

cresce solo se sognato.

(Danilo Dolci)

 

« Volevo essere un caffè letterario
Il racconto e i suoi maestri (Seconda parte) »