Il ritmo degli uomini 4 Luglio 2019 – Posted in: Focus a bit

È più importante partecipare che vincere? Sembrerà strano, ma questo dilemma ha attraversato i secoli, anzi quasi due millenni, eppure la soluzione a un simile quesito ancora non si è trovata. Non sfugga che, se da una parte oggi la questione tocca quasi esclusivamente il tema sportivo, in antichità la tematica toccava, e non certo marginalmente, la guerra. Le civiltà cretese e spartana si fondavano su una dura educazione sportiva di preparazione al combattimento. Lo sport, inteso come Olimpiadi antiche o celebrazioni di feste religiose, aveva sempre uno spiccato furore agonistico, cui il mondo greco si ispirava in ogni momento della vita quotidiana dei propri cittadini, dall’agone politico, che si traduceva nei confronti tra gli uomini con diritto al voto, consumati negli spazi appositi dell’agorà, alle sfide dialettiche tra filosofi per le strade di Atene come racconta Platone nel “Protagora”. Questo famoso dialogo, dai critici definito aperto, perché lascia aperta la conclusione ponendo più dubbi che risposte tra i due interlocutori e che meriterebbe un approfondimento a parte, mette di fronte Socrate e l’insegnante di virtù Protagora in tournée ad Atene, come oggi diremmo. Il punto è se si possa insegnare la virtù. Per rendere il discorso più concreto prendono come esempio il coraggio, la maggiore delle virtù, e lo definiscono come il non aver paura. Ma Socrate, che non crede che la virtù si possa insegnare, chiede se affrontare senza l’opportuno addestramento il campione olimpico di scherma renda coraggiosi o pazzi. Protagora conviene che si tratti di pazzia. Quindi, convergono sul fatto che il coraggio derivi dalla competenza e dalla conoscenza, anzi che il coraggio sia la conoscenza stessa. I due filosofi antichi ci offrono argomenti in abbondanza per non essere troppo ipocriti e vedere con chiarezza il legame che esiste tra la pratica sportiva e il miglioramento dell’uomo, indipendentemente dal fatto che lo sport sia nato a imitazione della guerra che oggi giustamente condanniamo. Seppure le partite giocate tra Cecoslovacchia e Russia ai Campionati del Mondo di Hockey su ghiaccio, per fare un esempio, vissero della rivalità politica tra i due paesi dopo la Primavera di Praga, accendendo scontri in campo al limite della legalità sportiva, non riuscirono a impedire il confronto civile, senza vittime, al contrario dei carrarmati sovietici in piazza San Venceslao.

Prima di rischiare di fare come nel romanzo di Douglas Adams, “Guida galattica per gli autostoppisti”, in cui l’interrogativo «qual è il senso della vita?» riceve risposta dal supercomputer “Pensiero profondo” semplicemente con un numero, il «42», e dopo i sette milioni e mezzo di anni necessari per l’elaborazione, quando, cioè, nessuno è più in grado di ricordare quel quale fosse la domanda, aggiungo una indicazione fondamentale: lo sport ha una specificità sua che non si trova in altre materie di studio. Sul tema lascerei parlare il più antico tra i poeti greci conosciuti, Archiloco, un guerriero che, al pari dei suoi contemporanei, si dannava per la grave perdita del suo scudo, che qualche nemico si vantava di avergli sottratto. Ma aveva la grandezza di considerare che la vita che aveva portato in salvo era più importante di quell’oggetto e di quello che rappresentava. In un altro frammento Archiloco scrive:

« Cuore, cuore mio disperato in un mondo d’affanni senza rimedio
Sorgi, contro chi t’avversa fai scudo col tuo petto
Vinto, non cadere in casa disperato a piangere
Vincitore, non esultare la tua gioia in piazza
Cedi ai mali, gioisci d’ogni gioia ma non troppo
Riconosci questo ritmo che governa gli uomini ».

La bellezza di questa traduzione è nell’usare la stessa radice, vincitori e vinti, per definire due stati oggettivi in cui l’uomo versa, senza dover ricorrere all’idea di perdente, termine abusato nel giornalismo e nel mondo dei tifosi, ma inadatto a definire l’animo di chi ha lottato e ha trovato qualcuno più forte sulla propria strada, senza cercare alibi nella sconfitta. La bellezza di questi versi sta nell’aver trovato una sintesi poetica per definire lo straordinario insegnamento che i giovani apprendono dallo sport: riconoscere un ritmo che governa gli uomini e gestire le emozioni che determinano una vittoria o una sconfitta, cioè, saper vincere ma saper anche perdere.

È importante comprendere che solo nello sport agonistico siamo in grado di intercettare e sperimentare questo ritmo che ci governa. Oggi lo sport è molte cose, dal divertimento alla salute, dal business degli eventi al messaggio pubblicitario, che poco o nulla hanno a che fare con le performance assolute richieste da uno sport agonistico. De Coubertin, al di là delle critiche, in parte corrette e in parte esagerate, di Ulrike Prokop nel suo saggio sullo sport e il capitalismo, in cui vede il barone francese come un borghese imperialista, è sempre stato un pedagogista convinto che lo sport fosse un’attività educativa e formativa importante, che trova il suo necessario substrato nel confronto agonistico. De Coubertin non ha mai confuso, come oggi spesso succede, il divertimento fine a se stesso, quello infantile come diceva Pascal, con il raggiungimento della gioia del risultato, attraverso l’addestramento e l’allenamento. Lo sport moderno è fatto di giochi evoluti, con forme di strategia e tattica, che determinano una grande pressione psicologica. Essere capace di addentrarsi in questi labirinti richiede sforzo e concentrazione, costanza e disponibilità alla fatica. Il divertimento è nel gioco ma, a mano a mano che si procede, deve prendere il sopravvento la gioia derivante dalla conoscenza del gioco a un livello più alto in un continuo confronto con se stessi.

In questo contesto, così chiaro nella mente di De Coubertin, la frase «l’importante è partecipare» sembra una stonatura inserita quasi apposta nella partitura musicale. Procediamo con ordine.
«Nec tam turpe fuit vinci, quam contendisse decorum est». Ovvero «Mutilato, ma vivo, non sentì il disonore della sconfitta subita». È il poeta latino Ovidio a parlare, anzi a scrivere sul suo tablet di legno ricoperto di cera, e narra la contesa per conquistare Deianira tra Ercole e Acheloo. Lo sconfitto, Acheloo, come si poteva immaginare, viene descritto da Ovidio con fierezza nella sua disfatta, avendo riconosciuto la grandezza del semidio avversario. L’onore, per dirla in altre parole, di aver combattuto è più elevato della vergogna della sconfitta.

Come si sia potuti giungere da questa “onorevole sconfitta” a “l’importante è partecipare” di decoubertiana memoria, cioè dal riconoscimento del valore conquistato sul campo a una semplice “pacca sulla spalla”, rimane un mistero tra le cui pieghe si infittisce la dispersione di concetti di vaga cultura sportiva, che investono la nostra società fino a definire vincente chi vince e perdente chi perde, senza neanche troppa fantasia, senza tanto sforzo mentale.

Che poi, nella contesa mitologica tra Eracle e Acheloo, sia Deianira ad aver la peggio, finendo per uccidersi a causa della gelosia, poco conta, a parte il dispiacere personale per una donna vittima dell’inganno dell’amore, a parte ricordarci che nella vita affrontiamo sfide molto più complesse di una gara. Che nella vita si vince e si perde come nello sport, ma non per un secondo o un decimo, non per un canestro che va dentro o uno che va fuori, non per una schiacciata di un centimetro sulla riga o di un millimetro fuori. Nella vita è diverso. Lo sport è solo una metafora della vita, ma con le dovute distanze in cui solo il senso profondo assume significato e non un generico gioco di parallelismi per costringere gli uomini in categorie umilianti.

Un concetto generale viene sempre più spesso limitato attraverso i segmenti del sapere, con l’idea specifica di toglierci la visione d’insieme. Infatti, parliamo di cultura letteraria, scientifica, e via dicendo, fino a giungere alla cultura sportiva, non troppo di rado ridimensionata a “ignoranza” se riferita al tifo calcistico degli ultrà negli stadi e nei suoi dintorni. Ma, quando determiniamo un settore culturale, mettiamo in relazione aspetti puramente quantitativi del sapere, mentre quelli qualitativi dovrebbero essere unici per tutte le categorie: la cultura è lo strumento, oppure meglio, fornisce una serie di strumenti utili ad affrontare la vita e le sue sfide. Cultura, dunque, si sostanzierebbe nell’abilità di ognuno di fornirsi di tali strumenti attraverso la capacità di sintesi. In questo senso, la cultura sportiva merita la “C” maiuscola, anzi, meglio sarebbe dire che, se prendiamo per buona la definizione qualitativa, di cultura ne esisterebbe una e soltanto una, che possa apprendersi dalle differenti esperienze letterarie, scientifiche, artistiche o musicali, così come dalle esperienze di vita, quindi anche di sport.

Ma proviamo a comprendere da quale contesto sia nata l’esigenza di pronunciare la frase sotto esame. Siamo nel 1908, il 24 luglio per la precisone, durante i Giochi olimpici di Londra, IV dell’era moderna, e il Barone Pierre De Coubertin si esprime in questi termini: «La cosa più importante non è vincere, ma partecipare, così come nella vita la cosa più importante non è il trionfo, ma la lotta, l’essenziale non è di aver vinto ma di essersi ben battuto». Facendo suo un concetto che già aveva espresso due giorni prima il vescovo anglicano Ethelbert Talbot a Londra per la conferenza dei vescovi anglicani di fronte ad atleti e giudici di gara che condividevano la stessa confessione. Del resto, il barone era da sempre affascinato dai religiosi anglicani, fin da quando venne in contatto, appena ventenne e appassionato di pedagogia, con le teorie della Rugby School del reverendo Thomas Arnold che integrava l’apprendimento della storia, della matematica e delle lingue moderne dei suoi studenti con l’educazione motoria, realizzando un tipo di scuola e di didattica rivoluzionaria rispetto agli standard dell’epoca. Fu lì che germinò, probabilmente, l’idea di riportare le Olimpiadi allo splendore di un tempo. Ma già dalla loro prima edizione del 1896 ad Atene, i Giochi si nutrirono delle luci degli ideali dell’olimpismo, trascritti nella carta olimpica, ma anche delle ombre del campanilismo dei rappresentanti dei singoli Stati in un periodo storico in cui il nazionalismo incominciava a farsi sentire con una certa insistenza e a dare un senso, negativo, a quel secolo detto “breve” che stava per cominciare. La prima vittima di questa dinamica, che a poco a poco andò disvelando conseguenze sempre peggiori nel rapporto fra le delegazioni, fu il nostro maratoneta Carlo Airoldi, milanese e favorito per la vittoria. Il “forte giovinotto”, come lo si descrive nella pagina ancora verde della Gazzetta dello Sport, da poco nata dalla fusione dei due periodici “Il Ciclista” e “La Tripletta”, edita da Sonzogno, famoso anche per i romanzi d’appendice, aveva raggiunto la capitale greca a piedi percorrendo i territori della ex Jugoslavia per 2000 Km. Alcuni dicevano che lo avesse fatto per mancanza di fondi sufficienti, per altri era un modo per farsi pubblicità attraverso un’impresa epica, mentre pochi avevano immaginato che fosse il modo migliore per allenarsi. Sta di fatto, come racconta Gigliola Gori in “Educazione fisica, sport e giornalismo in Italia”, che l’impresa non rimase inosservata e Airoldi passò in rassegna tutte le redazioni dei giornali di Atene per interviste e resoconti e venne invitato a Palazzo Reale con tutti gli onori.

Airoldi, molto più abituato a correre che a orientarsi tra le chiacchiere di salotto, finì per cadere nella rete del Principe Costantino, presidente del Comitato Olimpico, e rispondendo a una sua esplicita domanda, sorseggiando champagne gentilmente offerto, dichiarò di aver preso una volta un premio in denaro per la vittoria di una gara. Il principe allargò le braccia, ma sembrò quasi gli sfuggisse un sorriso. Airoldi capì soltanto: «Professionista, no gara». Pensò fosse uno scherzo e si lanciò in una fragorosa risata e tracannò un altro sorso di bollicine. Ma dal fondo della sala, il brusio si fece più forte e il crocicchio dei delegati del Comitato olimpico annuì in direzione del loro presidente. Le braccia si allargarono a dismisura, gli occhi si abbassarono smarriti, come a dire ci dispiace, ma questo è il regolamento e non possiamo farci nulla. Intanto il perlage della bevanda si era trasformato in uno sciame di insetti killer che mordevano il palato e il sapore del vino era ormai fiele. Airoldi venne escluso dalla gara e costretto a rientrare in Italia nella fabbrica di cioccolato dove lavorava, senza neanche la consolazione della partecipazione. Lanciò una sfida al vincitore della maratona a una gara di 100 km, o anche 200, nessun problema. Del resto, il milanese aveva la mania della competizione. Pare avesse sfidato Buffalo Bill che si trovava in Italia in tournee, lui a piedi e Bill a cavallo, ma non se ne fece nulla perché Bill voleva cambiare il cavallo a metà percorso. Se gareggiare con un cavallo poteva sembrare normale, la sproporzione di un uomo contro due cavalli era troppo sbilanciata persino per Airoldi che, qualche anno dopo, si rifiutò per protesta di andare a vedere il film “Assalto al treno”, il primo western della storia. Intanto, la prima maratona dell’era moderna veniva vinta dal greco Spiridon Louis, che quanto meno doveva una certa gratitudine al suo Principe per aver sbaragliato dal campo un temibile avversario, al quale Spiridon non diede mai la rivincita, non raccogliendo la sfida che l’italiano gli aveva lanciato lasciando Atene. Ma rimase sospesa una polvere di sospetto su come il Principe Costantino agì, forzando la mano al significato di professionismo, pur di impedire ad Airoldi di partecipare all’Olimpiade. Il primo sintomo di una patologia che diventerà dilagante nel volgere degli anni: la vittoria sportiva come immagine della nazione.

Quando si arrivò a Londra in quel 1908, il giorno prima di quel discorso di De Coubertin, andava in scena ancora una volta la maratona e ancora una volta un italiano divenne protagonista.

Quando Dorando Pietri è annunciato primo, davanti all’americano Johnny Hayes, i giudici inglesi, che vedevano i loro connazionali lontani dalle posizioni di testa, confidavano nel male minore: la vittoria dell’Italiano. La folla assiepata nello stadio salutò l’entrata dell’atleta nell’ovale con un boato. Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes, presente come corrispondente quel giorno allo stadio, scrisse di lui: «Nessun romano antico seppe cingere come lui il lauro della vittoria alla sua fronte… la grande razza non è ancora estinta». Ma Pietri è disorientato, stanco e disidratato (non mancano sul tema le ipotesi di bombe dopanti somministrategli durante la gara). Sbagliò direzione perdendo terreno su Hayes che incalzava, anche se il ritardo era abissale.

I due giudici di gara inglesi temevano la vittoria dello statunitense. La ribellione della ex colonia era una ferita ancora non rimarginata. Quando i loro occhi spauriti si incrociarono, rividero il generale Washington a spada sguainata nell’attraversamento del fiume Delaware, e, con il biasimo dell’ortodossia cattolica di un padre della chiesa del 300 d.C., videro con lucidità e disprezzo l’eresia americana che si avventava a lacerare il vangelo dei loro sport classici nel tentativo di trovare una distinta identità, irridente a quella madre che ne aveva forgiato gli uomini. Così cricket fu trasformato in baseball, rugby in football americano. Una continua conquista di basi e fortini il primo, come la cavalcata dei coloni alla conquista del West, una serie di squadre specializzate nelle fasi della gara per la conquista e la difesa di Yard, simili alle squadre di operai dell’industria fordiana, il secondo. E poi avevano inventato il volley e il basket, quest’ultimo sperimentato alle Olimpiadi di Saint Louis: sviluppavano in verticale, una serie di salti verso il cielo che non aveva nulla di comprensibile, come un desiderio di raggiungere lo spazio e vincere la gravità, che solo Neil Armstrong nel 1969, quando lasciò la sua orma sul suolo lunare, riuscì a renderne la ragione.

Questa serie di pensieri si accavallò nelle menti dei due giudici che volevano scongiurare la possibilità di una vittoria americana a Londra, e, dopo una veloce lisciatina di baffi, raggiunsero il povero Pietri ormai stramazzato al suolo, e lo presero per le braccia risvegliandolo e rialzandolo, per nulla interessati alla salute del malcapitato, ma concentrati unicamente a trascinarlo al di là del traguardo prima che l’altro sopraggiungesse. Così, mentre quello si guardava intorno frastornato, chiedendo ora all’uno, ora all’altro degli uomini che lo sostenevano, «cosa c’era nell’acqua?», quelli rispondevano di non capire e tornavano a obbligare i piedi del Pietri a un incedere “spontaneo”, spingendolo e riabbracciandolo nel tentativo di lasciare intendere a tutti nello stadio che non lo stavano proprio aiutando. Giunti in prossimità del nastro, poi, lo lanciarono, in senso letterale, verso la gloria.

Gloria che durò poco perché agli Usa, che presentarono ricorso, venne immediatamente riconosciuta la solidità degli argomenti e a buon diritto concessa la medaglia d’oro nella maratona.

Oltre a queste vicende, va ricordato che il Segretario generale del CIO, il conte Eugenio Brunetta d’Usseaux, aveva messo in palio una statuetta simbolica di Pallade Atena come premio per la nazione che avesse acquisito il maggior numero di punti in base al piazzamento dei suoi atleti. Mai premio fu più infausto nel creare attriti e amplificare le discordie politiche tra Stati. Tanto che fu subito abolito e dirottato verso altre gare, mentre De Coubertin tornava a ribadire quale fosse il vero spirito olimpico. Fortuna che la Guerra Fredda era lontana.

Ma manteniamo lo sguardo ancora al 1908, a quella Olimpiade londinese nel cui contesto per ben due volte vengono pronunciate frasi a favore dell’importanza di non esasperare l’aspetto agonistico nelle gare.

Antonio Lombardi in “Lancillotto e Nausicaa” n.3 del 2007, riporta le testuali parole del vescovo Talbot pronunciate il 19 luglio di quella Olimpiade: «L’unica sicurezza dopo tutte le menzogne intorno alla vera Olimpia è che i Giochi stessi siano meglio della gara e del premio. Il nostro premio non è corruttibile, ma incorruttibile, e sebbene uno solo vinca la corona d’alloro, tutti possono dividere con uguale misura la gioia della gara». Antonio Lombardi spiega come concetti analoghi fossero stati già espressi dallo stesso De Coubertin nel 1894 e poi nel 1896 alla vigilia dei primi Giochi moderni, quando stigmatizzava l’assenza degli americani dicendo che «…il disonore non sta nella sconfitta, ma nel rifiuto della lotta». E se vogliamo ancora attingere alla conoscenza del Lombardi riguardo alla fonte di questa citazione, scopriremmo che la frase venne di volta in volta attribuita a Ovidio, a San Paolo, ma anche allo stesso De Coubertin come originale, visto che l’avrebbe pronunciata 14 anni prima del vescovo, e che comunque nulla toglie che entrambi avessero nel loro bagaglio reminiscenze classiche che spaziassero da le “Metamorfosi” fino alle lettere del “Nuovo Testamento”.

Insomma, l’urgenza di sedare gli animi era tale che Pierre De Coubertin fu costretto a tornare sull’argomento due giorni dopo che il vescovo Talbot aveva già espresso con la sua requisitoria il biasimo nei confronti delle delegazioni e degli atleti che accettavano qualsiasi mezzo in virtù del fine. Non solo, la classifica per nazioni non venne stilata e, da quel momento in avanti, vietata, anche se il medagliere, che rappresenta lo stato di salute sportivo di un paese, continua a essere redatta a fini statistici. La scelta dei padri fondatori, quasi preveggenti, era quella di non dare troppo peso alla nazionalità. Le Olimpiadi infatti vengono assegnate a una città e non a uno Stato. Ma questo è uno dei tanti aspetti critici in cui l’ipocrisia del movimento emerge con maggiore chiarezza: la neutralità politica nello sport è da sempre un’utopia.

La semplicità del messaggio dello sport è fin troppo appetibile per chi volesse usarla a ne avesse le possibilità. Può essere strumentalizzata, raggiunge, proprio per le sue caratteristiche, la massa delle persone. E se noi togliamo la parola “guerra” da una famosa frase del generale napoleonico Von Clausewitz, e la sostituiamo con sport non andiamo lontano dalla realtà: «Lo sport non è che la continuazione della politica con altri mezzi». Per primi i governi nazionalistici se ne sono accorti, hanno cercato il consenso attraverso le manifestazioni sportive: l’Olimpiade nazista di Berlino 1936 è l’esempio storicamente più cliccato, ma altri eventi, come il mondiale di calcio argentino del 1978, che nascose la situazione drammatica del paese dietro la manifestazione sportiva, hanno consentito di coprire infamie e genocidi. C’è stata, in verità, una stagione in cui gli atleti stessi hanno preso in mano il potere che conferiva loro lo sport per combattere contro l’establishment in favore dei diritti dell’uomo. Ma questa, come si dice è un’altra storia.

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