Il re pallido 3 Giugno 2019 – Posted in: Degustazione letteraria

David Foster Wallace – 

Questo è fondamentalmente un libro di memorie, un’opera postuma e incompiuta di David Foster Wallace assemblata dal suo editor dalla miriade di fogli stampati, scritti a penna, registrazioni e appunti sparsi lasciati dall’autore come eredità ultima della sua gigantesca opera letteraria che nella contemporaneità resta considerata senza eguali. Un po’ giornalismo ricostruttivo (“la ricostruzione spettacolarizzata di una circostanza empiricamente reale”), parte autobiografica, letteratura immersiva di una quantità mostruosa di pagine e di esperienze intense e ipnotiche, perché è vero, Wallace fa soffrire quando lo si legge, ma anche ridere, riflettere e stiracchiare i neuroni fino alla goduria. L’idea del romanzo per l’autore non aveva limiti, inseguiva un disegno che spaziava su una veduta a perdita d’occhio anche se si trattava di un monumento alla noia, intesa qui come elevazione spirituale.
Tutto ruota attorno a personaggi che si destreggiano in una normale routine lavorativa con abnegazione e sacrificio, impiegati che passano al vaglio le dichiarazioni dei redditi dei cittadini americani all’Agenzia delle entrate di Peoria, dove lo stesso Wallace trascorse tredici mesi tra il 1985 e il 1986 come liquidatore standard. Agenti dell’Ufficio Investigazioni tributarie, risorse umane, supervisori, impiegati all’Ufficio Sistemi, agli Affari Interni, GS-9, GS-13 e liquidatori travasati da una parte all’altra degli Stati Uniti, da un ufficio all’altro come globuli rossi nel sistema arterioso fiscale e finanziario infetto da parassitismo, che cercano di ripulire un organismo malato cronico contrastando l’egoismo delle persone e, senza saperlo, anche la minaccia della perfezione a cui il sistema aspira: quella robotica e computerizzata, la sfida uomo-macchina. Partendo dalla psicologia organizzativa, dai rudimenti di educazione civica e teoria tributaria, la tematica di questo romanzo è la noia colossale prodotta dalle attività procedurali e dalla burocrazia, efficaci impedimenti all’attenzione. Wallace si interroga sul perché ci sottraiamo alla noia. “Questo terrore del silenzio senza poter far niente che distragga. Forse la noia è associata al dolore psichico in quanto non si trovano stimoli per distrarsi da un altro tipo di dolore più profondo da cui con ogni forza cerchiamo di staccarci distraendoci da esso.”
Sylvanshine, per esempio, è un veggente dei fatti, un “mistico dei dati” uno dei tanti “nomi da scrivania” che, lottando contro la monotonia, la confusione, l’illogicità di una routine disumana, sono militarmente occupati a osservare gli atteggiamenti civici – perché niente è più concreto di pagare le tasse – come termomentro di una nazione alienata. “Alienato” è uno dei paroloni degli anni Sessanta che avrebbe dovuto dare come risultato un’umanità che pensasse con la propria testa e si battesse per cambiare le cose contro l’Establishment. Una mancanza che invece produsse ben altre creature: le corporazioni, il simbolo del conformismo che è riuscito meglio a convincere il consumatore che per liberarsi dalla distrazione del pensiero di “quanto siamo piccoli, totalmente insignificanti e temporanei” bisognasse produrre, produrre ossessivamente e dare una forma alle cose, consumare in modo sfrenato e compulsivo concedendo all’individuo l’illusione di essere il centro dell’universo e mettere a tacere la paura.
Quello che Wallace ci conduce a fare, attraverso le vite di questi uomini e i loro brevi memoriali, è guardare da una finestra per vedere fuori e non il vetro, osservare i pezzi assemblati dall’infanzia che portano segni di traumi, cicatrici adolescenziali, rotture profonde su cui la vita ha costruito il suo corso, per coglierli in tutta la loro umanità dietro a un rigore freddo che li vuol far sembrare a tutti i costi delle macchine. L’effetto dei regimi fiscali per loro è fisico, costretti a corsi di aggiornamento in stanzini chiusi e affollati, maleodoranti, a prendere appunti seduti in posizioni scomode mentre i crampi si accaniscono su ogni muscolo: rincorrere le riforme di legge è uno sport e tenersi lontani dal senso di confusione un esercizio di training autogeno.
Sono racconti strutturati come nell’opus magnum “Infinite Jest”, pensati per sovrapporsi in qualche intrinseco significato. Ce ne sono alcuni davvero memorabili a tenere col fiato sospeso e rapiti, inglobati dentro bolle di sublime bellezza, o colpiti da terrificante asfissia. Come il capitolo 22, uno dei più intensi, che narra la storia di Chris Fogle quando negli anni scriteriati e allo sbando dei blue jeans a zampa di elefante, dei Deep Purple, Fonzie e il Cobol, il linguaggio di programmazione dei sistemi dell’epoca, era sottomesso a una forma di disperazione narcisistica, tra droghe e vari tipi di sballo mai del tutto finiti, fino al suo ingresso nell’Agenzia delle Entrate in seguito all’assurda morte del padre (da sognarsela di notte) in un incidente con i mezzi pubblici.
Le parti scritte in terza persona che riguardano David F.W., GS-9, anni venti, di Philo, Illinois, sono un tour intimista nel labirintico circuito sistemico, sia psicologico che governativo, in cui lo stesso Wallace si è perso. E non è solo un concetto astratto – alle parti più divertenti e goliardiche all’università si alternano quelle flagellate dall’ansia – il fatto curioso che viene descritto altrettanto minuziosamente, del resto si sa, leggere Wallace è propagarsi all’infinito, riguarda il sistema informatico che gestisce l’uomo come un numero, un calcolo (giusto per rafforzare, se già non era abbastanza, il senso di impotenza e piccolezza a cui si cerca di sopravvivere) nella banca dati governativa. A causa di un bug, un malfunzionamento informatico a catena dell’Ufficio personale, e poi a un debug che ha perfezionato l’errore sistemico, DFW fu assegnato a un’altra Sede al posto di un suo omonimo più anziano ed esperto, del quale si prese anche il numero di previdenza sociale facendolo diventare la stessa persona. Di fatto il vero Wallace non esisteva più, il suo file era stato cancellato. “Ho imparato che il mondo degli uomini così com’è oggi è una burocrazia. (…) Ma ho anche scoperto, nell’unico modo in cui un uomo impara sul serio le cose importanti, la vera dote richiesta per fare strada in una burocrazia. (…) Ho scoperto la chiave. La chiave non è l’efficienza, o la rettitudine, o l’intuizione, o la saggezza. Non è l’astuzia politica, la capacità di relazionarsi, la pura intelligenza, la lealtà, la lungimiranza o una qualsiasi delle qualità che il mondo burocratico chiama virtù e mette alla prova. (…) La chiave burocratica alla base di tutto è la capacità di avere a che fare con la noia. Di operare efficacemente in un ambiente che preclude tutto quanto è vitale e umano. Di respirare, per così dire, senz’aria. (…) È la chiave della vita moderna. Se sei immune alla noia, non c’è letteralmente nulla che tu non possa fare.”
Wallace in maniera cinica cerca di tirar fuori le falle, le imperfezioni di un sistema che si è imposto di prepotenza sull’uomo schiacciandolo, rendendolo insicuro, il minuscolo anello di una fitta maglia umana a cui, per sopravvivere, deve a ogni costo restare aggrappato con tutte le forze, e dalla quale è diventato così dipendente da essere ridotto alla cecità e all’anedonia. La questione più grottesca e tristemente comica sta nel fatto che ogni cosa che distrugge e inchioda l’uomo alla sua stessa agonia è dall’uomo stesso creata in un continuum di necessità e controllo, rigore e perfezionismo che diventano trappole a lui destinate. Come una macchina che diventa troppo complessa e nel suo infinitesimo s’innesca un difetto capace di ritornare con forza distruttiva sul suo creatore, senza che questo ne avverta in tempo il minimo segnale. Un boomerang partito dalle sue stesse mani. L’incapacità piena dell’individuo di convivere con se stesso in accordo con una comunità che conta miliardi di suoi simili, per il quale la libertà resta ancora un miraggio troppo lontano o semplicemente la più grande delle illusioni.
All’altro capo della noia mortale bisogna quindi riscoprire il dono grandioso di essere in salute, aspetto spesso trascurato in una visione vittimistica e castrante delle cose. Lo sforzo di superare questo limite, titillando il punto G della sostanza, diviene la conquista di un mondo a colori, lontano dalla bruttura agghiacciante del grigio o del bianco e nero.

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