Il racconto e i suoi maestri (Prima parte) 3 Maggio 2019 – Posted in: Focus a bit

Maestria nel racconto breve contemporaneo. Non un semplice talento narrativo, bensì la capacità di raggiungere l’essenza della forma racconto, di disegnarne la perfezione percorrendo senza sosta quel sottilissimo crinale situato esattamente dove non è più necessario togliere nulla e non, come comunemente si crede, ovunque sia superfluo aggiungere altro. È il 2013 quando la scrittrice canadese Alice Munro viene insignita del Premio Nobel per la Letteratura proprio in virtù della sua maestria e, in buona misura grazie a questo più che meritato riconoscimento, il racconto come genere letterario torna a vivere una entusiasmante stagione. Un tipo di narrazione, dunque, unico per fascino e difficoltà che per un gigante del Novecento come Isaac Singer (anch’egli Nobel per la Letteratura) costituisce “la sfida ultima per uno scrittore. [Perché] a differenza del romanzo, che può reggere e persino giustificare le lunghe digressioni, le analessi e una struttura debole, il racconto deve puntare dritto al proprio climax. Deve possedere una tensione e una suspense ininterrotte. E poi [perché] la brevità è la sua vera essenza. Il racconto deve avere un progetto preciso, non può essere uno «spaccato di vita»”. Il racconto corre, punta senza tentennamenti alla meta; il romanzo, all’opposto, cammina, passeggia, osserva, indugia, si prende la libertà di tornare sui propri passi, persino di danzare. Nemico del racconto è l’horror vacui, suoi avversari sono il silenzio, l’incertezza, la sospensione del tempo, il dilatarsi di un minuto, un’ora, un giorno, materia prima del romanzo, sostanza. Eppure tutta questa ricchezza nel racconto esiste, e non semplicemente in una dimensione ridotta, come se affermare in un limitato numero di pagine altro non fosse che ridurre il maestoso scorrere del fiume romanzo a stentato rigagnolo letterario; ogni singolo “ingrediente romanzesco” riluce nel racconto come pietra preziosa vivendo, se non di vita propria, nell’esistere dei protagonisti della storia messa in scena, un esistere che è somma infinita di contraddizioni, unità di sé e di tutto ciò che è altro da sé.

Maestria del e nel racconto breve contemporaneo, si diceva. La maestria di Alice Munro, che nella sua raccolta forse più celebre, intitolata “Nemico, amico, amante…” (in Italia edita da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso), si veste della bellezza quasi disadorna di parole che sembrano attraversare tutto ciò verso cui si sporgono, coglierne l’esatto senso e offrirlo in dono. E ancora splende nelle atmosfere, sospese come respiri trattenuti e abbracciate nell’attimo in cui le cose, le grandi come le piccole, stanno per verificarsi. È una voce tenue e stentorea assieme quella che si leva da queste righe, un canto dinanzi al quale si stagliano eroi forti di un’umanissima fragilità che sembrano dar corpo ai nostri pensieri, ricetto alle nostre emozioni e che in qualche modo ci prendono per mano, conducendoci in quel regno della possibilità che, semplicemente vivendo e scegliendo, abbiamo solo sfiorato, a volte consumando noi stessi nel rimpianto a volte dimenticando, lasciando il mondo disfarsi alle nostre spalle come un disegno su un marciapiede. Esprime l’essenziale il raccontare di Alice Munro; e nel suo dire lascia che a germogliare sia quel che ha davvero importanza, scivolando con noncuranza lungo le linee del tempo (misura dell’esistere di ciascuno di noi), omaggiando la bellezza rigogliosa o triste della natura, incespicando, senza paura di cadere, nei pensieri e nei sogni, nelle fantasie e negli sforzi che compiamo per renderli reali, nelle illusioni e nella fatica che facciamo per liberarci dalla loro schiavitù. Nei nove racconti che compongono “Nemico, amico, amante…” la scrittrice canadese parla d’amore e dolore, del fardello dei ricordi che si fa superfluo all’irrompere della malattia, di un nuovo inizio che si spalanca proprio quando tutto sembra far pensare che sia invece arrivata la fine (è il tema del più intenso dei racconti, “The Bear Came Over the Mountain”, cui è ispirato il meraviglioso film “ Away from her- Lontano da lei”, diretto da Sarah Polley e interpretato da una scintillante Julie Christie), della solitudine, condizione da cui è impossibile fuggire, e dei suoi approssimativi rimedi, della fedeltà a quel che siamo, nel bene e nel male, e del dovere, che forse è solo espressione di un crudo istinto di sopravvivenza. Di tutto questo sono compiuta espressione i personaggi cui la Munro dà vita, in principio gettati come marionette nel bel mezzo di eventi, privi di identità, di un passato, di una qualsivoglia riconoscibilità (come la Johanna Parry del primo racconto, che dà il titolo al volume) e d’improvviso presenti in tutta la loro complessità, disegnati attraverso la memoria o per mezzo di qualche evento significativo, o ancora definiti da una decisione presa, dall’attimo in cui tutto cambia per sempre. Grava, sulle spalle di questi individui, il peso del mondo; le loro passioni sono uniche, indicibile la loro sofferenza, appassionato il fervore con il quale affrontano ogni giorno, ma nonostante ciò appartengono, come noi, a una normalità che tutti conosciamo ma che soltanto pochissimi sarebbero in grado di descrivere, di chiamare per nome. È l’incapacità a sottrarsi alla vita a caratterizzarli, la forza dei loro sentimenti a dominarli; non conta conoscere, sembra dirci per loro tramite Alice Munro, conta non indietreggiare, conta accettare. Dunque andare incontro a un amore dai contorni talmente sfumati e incerti da far credere che sia un miraggio, come fa Johanna Parry, o lasciarsi baciare da un giovane sconosciuto su un malfermo ponte di tronchi proprio il giorno in cui si scopre che il tumore che ci sta uccidendo forse è in regressione, o farsi sedurre da uno sconosciuto e poi cullare il ricordo di quel che è stato nella quotidianità di una vita coniugale imperfetta e felice, o ancora intrecciare una relazione affinché la propria moglie, malata e ricoverata, possa amare un compagno d’ospedale. Ed esserne riamata. Ancor più intensa e travolgente è un’altra raccolta di Alice Munro, “In fuga” (Einaudi, traduzione di Susanna Basso), il cui tema cardine è l’impossibilità di non cadere in qualche errore, di non inciampare in una distrazione, un infortunio, una leggerezza che potrebbe rivelarsi catastrofica.

Philippe Halsman, Dalí Atomicus, 1948 – “Philippe Halsman, Astonish Me!”

Così, non sorprende che i suoi personaggi, schiacciati dal senso di insicurezza quasi metafisico, traditi dalla vita stessa, dalla sua inconoscibilità, dalle sue lusinghe, dalle promesse, dalle minacce che colmano i destini dei singoli, somiglino a sagome fuori fuoco colte da fotografi maldestri; né che il loro esistere nel racconto divenga immediato emergere alla luce, disvelamento, sorta di confessione. Perché in realtà di loro nulla o quasi si conosce; il passato si riduce a qualche brandello di memoria, a legami imperfetti con un presente che odora di fragilità, dove ogni cosa sembra sul punto di crollare, ogni punto di riferimento prossimo a svanire. Ed è qui, in questo crocevia d’Edipo dove ad attendere i viandanti sembra esserci non la sorte maligna, o gli imperscrutabili decreti del Dio ma solo l’angoscioso silenzio del nulla, che tutto avviene; il tempo si smarrisce nel filo del ricordo, dove è nascosto, se non il senso, di certo la ragione di quel che sta accadendo, oppure balza di decenni in un domani appannato, simile a un bosco invaso dalla nebbia, dove è impossibile distinguere animali e alberi, e qui a fatica i personaggi ritrovano se stessi, ripensandosi, ripercorrendo ciò che è stato e scoprendo ragioni che erano sfuggite, come indizi trascurati nel corso di un’indagine.

E quando il quadro si ricompone, lo spettacolo che ci si trova davanti è quello che offre uno specchio rotto rimesso in sesto alla meglio, un’immagine che pur rispettando la totalità che riflette ne evidenzia le ferite, le asimmetrie, i difetti che non potranno mai essere sanati.

Maestria. Motivazione di un Premio Nobel per la Letteratura, certo, ma anche, perché no, bussola letteraria, filo rosso seguendo il quale è possibile raggiungere, conoscere quegli autori che, per dirla con il già citato Singer, danno al racconto ciò che deve avere: tensione e suspense ininterrotte. E il primo a farlo è proprio Isaac Singer, che nel volume intitolato semplicemente “Racconti” (in Italia pubblicato da Corbaccio) riporta in vita il mondo ebraico radicato nella povertà ostile dell’Europa Orientale, quel brulicare di esistenze e miti che la furia distruttrice del nazismo cancellò in un solo colpo, e lo fa affidandosi a una prosa elegantissima, sempre magistralmente bilanciata tra dramma e commedia, riso e pianto, paradiso e inferno, e attraverso essa accompagnando il lettore alla scoperta di una realtà capace a ogni istante di superare i propri limiti oggettivi, di sporgersi al di là della miseria immediata e concreta per confondere il proprio respiro con quello del cosmo, incrociare con i propri occhi quelli di Dio, mescolare le proprie parole con l’essenza del vero.

A traghettarci dalla realtà alla sua deformazione grottesca è invece Dino Buzzati, autore di quello che si può a buon diritto giudicare come il miglior libro di racconti mai scritto: “La boutique del mistero”. L’opera, che raccoglie trentuno storie, si muove lungo l’impalpabile confine che separa – e proprio per questo anche unisce – ordinario e straordinario, certezza e inganno, verità e illusione. Con calcolata lentezza, prendendo le mosse da una situazione che non ha in sé nulla di insolito, Buzzati penetra in una sorta di “mondo alla rovescia” nel quale i consueti, rassicuranti punti di riferimento cui ognuno di noi è solito fare ricorso (quelli del buon senso, del ragionamento, dell’evidenza dei fatti) non solo perdono completamente d’importanza, ma subiscono un così profondo processo di deterioramento da risultare radicalmente inadatti a interpretare il nuovo stato di cose che nel frattempo si è venuto creare. In una parola, lo scrittore veneto conduce l’uomo in un viaggio oltre se stesso, lo spoglia di tutte le sue sicurezze, delle conquiste, della sua storia (eroica o ignobile che sia, poco importa) e del suo presente, e lo lascia solo col proprio “io”, alle prese con l’abisso terribile della reale scoperta di sé, della propria debolezza, della propria incurabile fragilità. Lo fa scegliendo il dolce registro narrativo del realismo magico, lasciando ampio spazio al simbolismo, all’interpretazione mediata (i suoi racconti, anche i più drammatici, hanno il sapore della fiaba, dell’invenzione) e volutamente rinunciando a qualsiasi legame con l’attualità, ma nello stesso tempo con cristallina chiarezza. Il risultato è una sorpresa continua, un incalzante susseguirsi di vicende che, pur nella loro irriducibile diversità, mantengono una fondamentale unità. Alcune storie spiccano su altre per originalità (“Sette piani”), potenza espressiva (“Una cosa che comincia per elle”), ritmo della narrazione e gestione della tensione (“Qualcosa era successo”), ma nel complesso l’opera mantiene dal principio una altissima qualità della narrazione e si legge d’un fiato. Una menzione particolare, tuttavia, merita lo struggente “Inviti superflui”, lettera d’amore di commovente intensità e di straziante lirismo indirizzata a una persona ormai così lontana da essere irraggiungibile; quasi un timido affacciarsi dell’uomo Buzzati nel più bel sogno da lui sognato.

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