Il paradosso dello specchio 3 Giugno 2019 – Posted in: Cult a bit

Di quanto siano infidi gli specchi e ciò che riflettono non serve parlare.
La letteratura a riguardo è vastissima – uno degli eresiarchi di Uqbar dichiara addirittura che “gli specchi […] sono abominevoli, perché moltiplicano il numero degli uomini”[1] – e pure l’arte figurativa, specialmente dal Novecento in avanti, pullula di riflessi ingannevoli (contro cui Michelangelo Pistoletto[2] – nella foto – sembra nutrire più rancore di altri).
Oggigiorno quello che era un oggetto pericoloso e pregno di mistero ha perso la sua forza rivelatoria. Circondandoci solo di ciò che ci somiglia, abbiamo reso il riflesso una cosa familiare, rassicurante, e a lungo andare monotona. Perciò usiamo Photoshop, mettiamo il filtro con la faccia da cane ai selfie e usiamo la mascherina che se registri un video la voce sembra quella di una papera – ci siamo annoiati a morte di noi stessi. Ovunque ci giriamo, la nostra immagine si moltiplica: nel telefono, in televisione, nei libri, tutto parla a noi di noi, ci scimmiotta, ci descrive per filo e per segno. Non vale nemmeno più la massima dell’eresiarca: uno si guarda e il dubbio di aver generato un gemello diabolico non si presenta – esiste solo la fiaccante certezza del riconoscersi.
Mr. Hyde è scomparso, riassorbito in Jekyll, che ora coglie il suo riflesso nell’ampolla e non si sente osservato, ma semplicemente solo.

C’è un episodio della terza stagione di Bojack Horseman[3] in cui l’equino più depresso di Hollywood sceglie come poster pubblicitario per il suo film una pagina riflettente: la tagline recita YOU ARE SECRETARIAT (così si chiama il personaggio della pellicola), e lui specchiandosi è sicuro di scorgere una versione di sé più pura, pregna di tutte quelle qualità che il personaggio – a differenza di lui – possiede. Pensa ingenuamente di essere una persona migliore per il solo fatto di essersi specchiato. È convinto che ognuno guardandosi lo possa diventare.
Dopo una vita di fronte alle telecamere, l’unico rifugio che Bojack conosce è la sua immagine. Spera che ogni riflesso sia quello che gli rivelerà il segreto, quello che mostrerà una persona diversa, ma è un continuo susseguirsi di delusioni. Questo narcisismo onanistico (letteralmente, visto che si masturba guardando vecchi episodi della sua serie tv) gli impedisce di soffermarsi con occhio critico sulla sua vera natura, che rifiuta e depreca. Ma Bojack non vuole davvero un’immagine di sé che lo aiuti a mettersi in discussione, piuttosto una che gli dia l’impressione di farlo.
Il risultato, naturalmente si rivela ilare e drammaticamente eloquente: il poster viene ingigantito sotto forma di cartellone che affaccia sull’autostrada, e nessuno è in grado di specchiarsi. Nessuno è Secretariat. Si vede soltanto il grande grande vuoto del cielo, contro cui si schianterà un piccione.

Nel 1905, Picasso conclude il “Ritratto di Gertrude Stein”: è agli sgoccioli del periodo rosa e già si sente aria di tempesta. Mancano solo due anni a “Les demoiselles d’Avignon” e la figura scalpita cercando di uscire dai suoi confini, come se la semplice riproduzione fotografica fosse incapace di contenere la potenza del soggetto. Se Les demoiselles è la detonazione che frantuma in mille pezzi l’arte figurativa, quest’opera è la bomba sul punto di esplodere.
Gertrude Stein – scrittrice, poetessa, saggista, collezionista d’arte e mecenate, tra le personalità più influenti del ventesimo secolo – era una donna brillante, vigorosa e carismatica: per catturare questo suo carattere, Picasso ne deforma in parte le sembianze.
Lo sguardo, sorretto da un volto di legno intagliato (la componente più massiccia e plastica dell’opera) sembra sporgere dalla tela e penetrare nel reale: è come se, per sostenere un’intensità del genere, gli occhi rubassero energia dal resto della tela, rarefacendo il corpo e l’ambiente fino a stilizzarli.
Attraverso la deformazione scorgiamo una verità più forte di quella fotografica. Il risultato lo commenta la stessa Stein:

“Fui, e sono tuttora, soddisfattissima di questo ritratto. Per me, sono io: ed è la sola immagine di me che sia me.”

La sola immagine di me che sia me. Non un semplice riflesso, ma un’intera altra persona. Perché la rispecchi davvero, il suo doppio deve avere un corpo abbastanza forte da sostenere tutto ciò che la anima. Anche a costo di non assomigliarle affatto. Più è facile riconoscersi, più è facile pensare di conoscersi. Pensare di conoscersi inibisce il senso critico e il desiderio di approfondimento. Senza senso critico, senza approfondire, si scompare piano piano.
È davanti allo specchio in cui non ci si riconosce che si scopre davvero come si è.

Cabaret, Bob Fosse, 1972

 

[1] Uqbar, Orbis Tertius, da Finzioni di Jorge Luis Borges

[2] Michelangelo Pistoletto, Eleven less one, Kunsten Museum of Modern Art Aalborg

[3] Bojack Horseman, Stagione 3 Episodio 7 “Stop the presses

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