Il fuoco dell’ispirazione. Intervista a Leonardo Malaguti. 4 Aprile 2019 – Posted in: Chiediamolo all'autore

Ha destato scalpore l’aggressione ricevuta da Leonardo Malaguti in occasione della passerella sul tappeto rosso dell’ultimo Festival del Cinema di Roma. Lo scrittore, insieme al cast, era lì a presentare l’anteprima della trasposizione cinematografica tratta dal suo romanzo d’esordio, “Dopo il diluvio”, edito da Exòrma.
L’incidente al Festival è l’ennesimo ostacolo che si aggiunge alle difficoltà incontrate dalla produzione nel distribuire il film.
Con tutta l’eccellenza dei nomi coinvolti – basti pensare al regista e agli indovinati interpreti del Generale Krauss e del Commissario Van Loot – come un fulmine a ciel sereno è scoppiata la grana.
Violenta e ingestibile.
Dal tam tam inesorabile sui social oramai se ne conoscono i dettagli: un tenente colonnello in pensione, tal Balthazar Krauss, di un imprecisato distaccamento austriaco in Molise, sostiene di essere il nipote di secondo grado del Generale Florian Krauss, uno dei protagonisti del romanzo, e reclama i diritti d’immagine e d’ispirazione sulla storia. L’autore ha sempre negato tutto, sostenendo che si tratti di un caso di omonimia e che lui non trarrebbe mai ispirazione da una storia vera perché “la realtà è il rifugio dei narratori pigri”.
Tramite i suoi legali negli ultimi mesi Krauss ha fatto pervenire alle parti interessate – casa editrice, scrittore, produzione cinematografica, anche alla mamma del regista e all’amante del produttore – un’ingiunzione seguita da una diffida a procedere, che però è stata ignorata.
Non contento di ciò l’altra sera, durante la passerella di Malaguti circondato dall’intero cast, il livoroso colonnello si è reso colpevole di un gesto ai limiti del grottesco, rovesciando in faccia al romanziere un’insalatiera colma di rape condite al peperoncino del basso molisano.
Subito trasportato al Policlinico lo scrittore, su indicazioni precise del suo agente, ha ricevuto le prime provvidenziali cure a base di impacchi di senape e bacche di goji.
L’ho incontrato ancora in ospedale per gli ultimi accertamenti, visibilmente provato dall’episodio e col volto ancora incrostato di senape.
Disponibile e gioviale nonostante la situazione, mi ha concesso in esclusiva per la rubrica “Chiediamolo all’autore” una preziosa intervista, seduto su una panchina nei giardini del Policlinico.

Innanzitutto… come stai? Quelle rape dovevano essere davvero piccanti. Ti abbiamo visto quasi perdere i sensi mentre venivi trascinato in barella nel vano dell’ambulanza.

– Sono ancora scosso, ma sto bene. Sono abituato a essere aggredito con scarpe, mazze, lanci di monetine, barattoli di lenticchie, paperelle di gomma, radiatori, ulne, una volta persino un mazzo di broccoli, ma rape piccanti mai. È stato…

Sì, com’è stato?

– Mi ha ferito, e non solo in maniera letterale. In maniera letteraria. Le rape sono un simbolo forte nel romanzo, un simbolo negativo, e mi sono sentito paragonato a quella gente di cui scrivo. Poco di buono, pazzi. Non è stato piacevole.

Comprensibilissimo…

– Però in realtà mi è servito. In fondo lo spirito del romanzo è proprio quello di mettere il lettore a confronto con il lato più oscuro dell’animo umano. Quell’oscurità non si può ignorare, non è solo degli altri, è dentro ognuno di noi e potrebbe uscire in ogni momento. Guardarla negli occhi può far solo bene.

“Dopo il diluvio” è il tuo libro d’esordio, ha ottenuto riconoscimenti eccellenti un po’ ovunque. Finalista al Premio Neri Pozza, giusto per citarne uno. Una consolidata casa editrice che ti pubblica, ma… di’ la verità, ti saresti aspettato mai una trasposizione cinematografica, per di più con nomi di quel calibro?

– Aspettato assolutamente no, ma l’ho sognato tanto. È un libro di immagini molto forti, nascono da una scrittura “visiva” che prende spesso spunto dall’arte figurativa e dal cinema, e ho sempre pensato si sarebbe prestato bene a essere trasformato in un film. Il cast in questo è stato straordinario, hanno colto tutti lo spirito dei personaggi, e credo siano stati contenti di interpretare qualcosa di molto lontano dalle loro corde scardinando i cliché che li inchiodavano sempre agli stessi ruoli.

A cosa ti riferisci in particolare?

– Al tono grottesco della storia, all’ironia nera, che però al tempo stesso viene controbilanciata da una componente di vera emozione. Molti lettori sono rimasti sorpresi da questa peculiarità e si sono dimostrati incredibilmente ricettivi, e così anche gli attori. Spero sarà lo stesso per gli spettatori del film. Ülla Jønnar (veterana del cinema svedese, musa indimenticabile dei film di Bergman) che interpreta magistralmente Berta, uno dei personaggi più amati del romanzo, è forse quella che ha compreso di più lo spirito dell’opera: le sequenze in cui la vediamo – lei, sempre così misurata e domestica – alternarsi fra i flashback dell’esplosione sulla mina e le scene osé da mutilata col Generale, hanno colto tutti di sorpresa. A me è scesa anche qualche lacrima.

Le prime luci del tramonto addolciscono i contorni dei vialetti e delle siepi lungo i giardini dell’ospedale. Leonardo ha voglia di sgranchirsi e mi invita a continuare l’intervista passeggiando. Non prima di aver rilasciato autografi a due anziani convalescenti operati alla cistifellea e a una ragazza che lo scambia per Fabio Rovazzi (ma lui non si offende e firma lo stesso, capita spessissimo, mi confida).

“Malaguti rilascia l’autografo a una giovane fan, che gli sussurra all’orecchio… “Andiamo a comandare è la mia canzone preferita!”


Al di là dell’insopportabile fastidio causato dall’insalatiera di rape piccanti, immagino che il dolore più grande sia stato di non assistere in diretta all’omaggio apparso sullo schermo centrale del Festival, sopra il tappeto rosso, subito dopo che ti hanno portato via.

– Ero in ambulanza, quando la mia agente – sempre al mio fianco – mi ha dato la notizia. “Volevo che fosse una sorpresa” ha detto. Ho urlato. Mi sono dimenato. Ho chiesto che mi riportassero indietro ma nulla, hanno continuato a imbottirmi di senape e bacche di goji finché non ho perso i sensi.

Mi si stringe il cuore solo a pensarci.

– Com’è stato? Tu eri lì? È durato pochissimo ed è stato così improvviso che nessuno è riuscito a filmare… in rete non ho trovato nulla, solo uno spezzone di pochi secondi dove si sente la sua voce inconfondibile, ma fuori campo, perché il tizio che ha fatto il video ha tenuto l’inquadratura fissa sul décolleté dell’attrice che interpreta Ciccia Jenny.

Sì, l’ho visto anch’io… è il solo documento che esista al riguardo. Io c’ero, Leonardo, è stato come ricevere un monito dal cielo. Con la musica di Twin Peaks in sottofondo è comparso in dissolvenza il suo volto in primo piano: David Lynch, David Lynch capisci? Ha iniziato a parlare. Poche battute. Ha invitato tutti a provare la meditazione trascendentale e poi si è rivolto a te, puntando il dito dritto alla telecamera: ‒ My dear Leo, congrats! Comunque vada a finire questa storia voglio farne una versione con la mia firma, “Dopo il Diluvio” mi ha lasciato sveglio tre notti intere.

Mentre mi ascolta ipnotizzato lo scrittore viene chiamato dalla receptionist del Policlinico. C’è una telefonata per lui. Si avvia al bancone e dopo qualche battuta, mentre sta ancora al telefono, mi fa segno di avvicinarmi. Lo osservo indagare sul cruscotto della reception, si fa dare qualche informazione tecnica dall’operatrice, riferisce diligente all’interlocutore e chiude la telefonata fissando un appuntamento a breve.
Finalmente ritorna e mi invita sul divanetto all’entrata. Dal gigantesco monitor sopra il bancone smettono di scorrere le informazioni sul Policlinico e rieccolo di nuovo: David Lynch. Sorride, fa una battuta sulle gioie della tecnologia – anche se lui preferiva i telefoni a carbone, quelli che facevano fumo tipo ciminiera – poi rivela che si è fatto dare il nome dell’ospedale dagli organizzatori del Festival e ha telefonato proprio per ottenere l’IP address del pc dedicato alla trasmissione sui monitor.
Proseguiamo così, col primo piano del regista statunitense che incombe nella hall e chiede a Leonardo di dare qualche cenno sulle peculiari donne di “Dopo il diluvio”.

– I personaggi femminili sono molti nel romanzo, e hanno tutti un ruolo centrale. Più che rappresentare la parte “positiva” della comunità – nemmeno loro sono poi così immacolate, anzi – rappresentano la parte raziocinante. Sono quelle che, qualunque sia il ruolo, qualunque sia la situazione, riescono a vedere in maniera oggettiva e lucida quello che succede. Ognuna ha tratti distintivi personalissimi, e sono capaci di trasformare le loro imperfezioni e debolezze in punti di forza. Se qualcuno è in grado di sopravvivere dopo il diluvio, sono loro. C’è Berta, senza un braccio ma sempre allegra, coi suoi silenzi e i suoi segreti; c’è Lisetska, bella, sfortunata, e tragicamente cosciente dello stato delle cose; c’è Jenny, che con la sua dolcezza e ingenuità stravolge la mente del Pastore Thulin conducendo la trama per una direzione inaspettata; c’è…

David non lo lascia finire, è curioso, non è più in primo piano, lo vediamo seduto alla scrivania, intento a sfogliare le pagine di “Dopo il diluvio” su cui si intravedono post-it fosforescenti pieni di annotazioni.
Fa fioccare domande su domande nel suo caratteristico slang sacerdotale, e intanto l’androne comincia a riempirsi di degenti in pigiama che lentamente – ognuno trascinandosi dietro una sedia presa in prestito dalla sala mensa – conquistano posizione davanti ai monitor per assistere allo scambio fra i due personaggi.
Ciascuno spettatore tira fuori dalla tasca del pigiama una copia del romanzo, piena di appunti, sottolineature, ancora più stropicciata di quella di David. A ogni nuova osservazione del regista i pazienti, a turno, chiedono la pagina per sincronizzare l’intera platea.
Leonardo Malaguti finisce nel fare da traduttore simultaneo delle domande di Lynch e delle sue risposte, ma con l’andare dei minuti l’atmosfera si scioglie in una familiarità liquida, un inaspettato esperanto letterario attraverso cui ciascun malato entra in connessione col genio dei monitor.
Stravolgono l’intera intervista che avevo preparato.
Il convalescente dall’operazione alla prostata, mentre riceve la benedizione dello scrittore, si sbilancia rivolto a David Lynch.

– David, capisco che tu ci abbia ritrovato i temi che ti ossessionano da sempre: l’attesa, le mutilazioni, l’assurdo e il trascendente, la guerra franco prussiana… ma permettimi di aggiungere che Malaguti ha saputo calare quei contenuti in un’atmosfera originale, claustrofobica, a tratti quasi medievale, che riprende forse qualcosa da Twin Peaks, ma in chiave del tutto personale.

Il regista prende appunti…

– E nonostante tutto, con personaggi sì surreali, ma allo stesso tempo a portata di mano, di quelli che suscitano la tentazione di andarli a cercare sotto il letto durante un incubo.

Poi è la volta di quello operato ieri per togliere i calcoli renali, parla ancora a fatica:
– Molto si gioca sulle atmosfere e sulla sceneggiatura caro mio, qui c’è una storia potente di intrecci e personaggi costruita su un nemico che si avvicina e su un’indeterminatezza che si innalza a valore inespugnabile.

La sala è ormai stracolma, sono accorsi malati anche dagli altri padiglioni.
L’amministrazione sta pensando di chiamare una troupe della Rai. Leonardo si svicola di soppiatto, è allergico ai grossi assembramenti. Intanto la parola va alla raucedine di Filippo, al suo terzo intervento alla trachea:
– Il romanzo ha già una propria regia, impeccabile, che gioca con la messa a fuoco di dettagli e oggetti che non sono come in te, David, di puro gusto estetico, ma entrano nel contenuto e nell’azione: lo spaventapasseri, il pinolo, il telegrafo, i funghi nel bosco notturno, il pennino inchiostrato che si insanguina…

Il regista, sempre più immerso nell’atmosfera, interviene soddisfatto:
– What the hell Filippo, I wouldn’t say that the objects and details in my movies are only a mere esthetic whim. Have you ever seen Blue Velvet? Do you really think the severed ear is pure esthetic? Shut the fuck up, man! (trad: “Hai proprio ragione Filippo, si vede che ne sai moltissimo di letteratura e di cinema”).

Mi accorgo dell’assenza di Malaguti: è di nuovo in cortile a passeggiare. Sembra provato. Lo raggiungo per concludere l’intervista e salutarlo, sarà stanco dopo una giornata del genere. Nel cortile c’è anche la fan di Rovazzi, che è rimasta al Policlinico nella speranza di farsi un selfie col cantante. Ci avviciniamo entrambi a Leonardo, lui ci vede e sorride, gioviale come sempre, serafico come un filosofo peripatetico nel suo pigiama Dior.
Sta per dire qualcosa quando, senza preavviso, prende fuoco. Corrono fuori cinque infermieri che lo avvolgono in una coperta ignifuga e lo portano ancora fumante all’interno. Lui ci fa ciao con la manina mentre la barella si allontana. Me lo aveva detto: – Soffro di combustione spontanea, specialmente nei periodi di forte stress. Faccio ciao con la manina anche io, la fan di Rovazzi invece se ne va felice: è riuscita a scattare un selfie proprio nell’istante in cui è scoppiata la fiamma.
A ben pensarci questa intervista non poteva che concludersi così, con poche parole ma immagini fortemente simboliche, come piace a Malaguti.
Questo, amici, è quello che io chiamo il fuoco dell’ispirazione.

Testo e domande: Sandro Giambra
Fotografie: Gianni Liebowitz
“Comparsa” in cortile: Sofia Giambra

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