Felliniana – Di quanto sono belle le donne 1 Marzo 2019 – Posted in: Cult a bit

Fine giugno del 1979. La scuola era finita da una settimana. Il professore di arte e disegno ce lo aveva promesso da tempo e quel sabato mattina ci condusse, in veste di aspiranti giornalisti, all’interno di Cinecittà. Dovevamo prendere appunti e comporre un articolo che sarebbe stato scelto e pubblicato sul giornale scolastico.
Arrivammo in fila per due sul piazzale d’entrata e, varcando l’ingresso, ci venne assegnato un tesserino azzurro con un numero bianco. Fu il mio primo badge di riconoscimento e appena lo agganciai al collo… entrai nella parte.
Mentre ci radunavano all’ombra, sotto i portici, in attesa della visita guidata all’interno degli studi cinematografici, con l’aiuto delle colonne riuscii a svicolare dal gruppo per andare alla ricerca del mio vero obiettivo.
Doveva essere lì, a poche centinaia di metri, me lo sentivo.
Col tesserino dondolante e un quaderno a quadretti portato da casa feci il giro del palazzo guardandomi intorno. Spavaldo. Avrei saputo difendermi benissimo da qualsiasi incontro: sto andando a intervistare il Maestro.
Vie squadrate, deserte e tanti palazzi bassi in cortina.
Che delusione. Avrei scommesso di incrociare per strada qualche protagonista trafelato, delle signorine in costume, un cavallo imbizzarrito, Maciste, Ercole.
Camminai ancora, di lato, in direzione dei Castelli Romani.
Finalmente qualcosa mi illuminò gli occhi.
Ricordo la sensazione netta che provai a quella visione. Rimasi fermo a guardare. A cercare di riconoscere quale altro mondo stesse andando in onda.
D’improvviso lo vidi.
Federico Fellini stava fermo sulla soglia della roulotte più grande.
Parlava, rivolto all’interno e all’esterno. In camicia bianca, con le maniche arrotolate come se dovesse impastare la sfoglia. A distinguerlo un lungo foulard scuro intorno al collo, e poi il cappello, a larghe falde color crema, con cui si sventolava ripetutamente quasi volesse cambiare argomento, scenario, film.
Da due mesi erano iniziate le riprese de “La città delle donne” su cui il regista manteneva il riserbo più assoluto.
Nell’altra mano stringeva delle foto, grandi, che agitava come a spegnerle da una fiamma che s’era attaccata agli angoli.
Si rimise il cappello, le sfogliò nuovamente.
Sembrava penetrare quelle facce, le spezzettava, isolava un’attaccatura di capelli, accoppiava un naso, un mento. Indugiò sul primo piano di un volto di donna. Con la mano ne coprì la parte inferiore e lo mostrò così, all’interno, accompagnandolo con un tono fra supplica e rimprovero:
– Ma hai visto gli occhi… solo gli occhi? -. Una breve pausa – Sono dolci – ancora una pausa – Sono… pieni di amore -. E subito dopo, intuendo il sollievo nell’interlocutore, con tono più alto – Non va bene! E no, che non va bene! – arrotolando le foto nella mano – Io voglio… una serpe! Una vi-pe-ra! -. Poi, senza scendere ancora a terra, rivolgendosi all’esterno della roulotte, a voce ancora più alta: – E la troviamo un’anima buona che mi porta una fetta di cocomero dolce, fresco, come Cristo comanda? Sono giorni che mangio della frutta indecente!
Quindi di nuovo all’interno, come per dire qualcos’altro, che però si era già scordato.
Scese a terra, fra i pini, avviandosi verso il set della scena in preparazione. Distese indietro il braccio, senza guardare, porgendo le foto. Una figura femminile comparsa dal nulla, agile e silenziosa, sulla quarantina, gliele sfilò dalla mano sostituendole con altre. Lui la lasciò avvicinare, si fermò un attimo per sussurrarle qualcosa nell’orecchio che la colorò immediatamente di luce, quindi riprese l’andatura. Allungò l’altro braccio davanti a sé e si ritrovò in mano il megafono con cui ridestò definitivamente l’atmosfera.
– State già a ingozzarvi? Vi voglio tutti qui, per una prova carrello! C’è un po’ di brezza, una bella luce. È il momento giusto. Ci siamo?
Dai viali e da dietro i palazzi si materializzò gente di ogni tipo che nell’avvicinarsi prendeva le sembianze decise dal Maestro.
In pochi secondi intorno al regista che si sistemava sulla poltroncina si era formato un muro impenetrabile, colorato e palpitante.
– Ecco il cocomero Dottò, arriva fresco fresco dal frigorifero.
Fellini diede un morso e si ritrasse subito togliendosi il cappello: – Ma che era spento il frigorifero Carlè? È caldo, è ‘na zucca. Tieni, se vuoi mangiatelo tu. E portami un caffè, senza zucchero mi raccomando… Allora, siamo pronti?
Attraversai il viale e mi infilai in mezzo al gruppo. Lentamente, senza farmi notare guadagnai la posizione in prima fila.
Erano le sequenze iniziali del film.
Il protagonista maschile, un maturo e incauto Marcello Mastroianni, sta viaggiando in treno. Durante il tragitto ha un dolce, fugace contatto con una misteriosa signora che, però, si allontana subito scendendo alla fermata di un’irreale stazione in mezzo alla campagna romana.
L’uomo decide di seguirla.
Un’imponente Bernice Stegers, occhialoni e criniera biondo scuro, incede decisa e sensuale nel suo tailleur a righe, fra i prati, seguita con affanno da Marcello. Lui le parla, le chiede di rallentare ma lei neanche si gira, è sfuggente, elude la sua curiosità morbosa.
Nella scena in questione la donna finalmente si ferma, si fa raggiungere e sembra voler esaudire la richiesta pressante di un altro bacio. Ma a una condizione: l’uomo, che la bella sconosciuta fa appoggiare addosso al tronco di un albero, deve prima chiudere gli occhi.

– Dottò, il signor Mastroianni ancora non è arrivato.
– Non importa, ho detto che è una prova carrello! Luigi? – senza voltarsi, aspettando che il figurante uscisse dal gruppo – Fallo tu Marcello, tanto i tempi li sai – guardandolo negli occhi, premuroso, protettivo, come se fossero soli, facendolo sentire indispensabile – se non ricordi la battuta esatta non fa niente… è importante l’andatura, a tempo con la macchina che ti scorre accanto. Puoi anche dire numeri a casaccio. Vai, caro – come se gli avesse spruzzato addosso la polverina magica.
E subito dopo – La signora del treno? Bernice, cara, dove sei? – e dal nulla, trafitta dalle frecce di invidia delle altre presenti, ecco arrivare la donna di Fellini.
Se la controfigura di Mastroianni s’era sentita indispensabile, adesso, la femmina che stava per occupare la sua attenzione poteva rivendicare di essere unica. Man mano che si avvicendavano, ogni volta lo diventavano tutte.
Si capiva.
Non importa se collaboratrice o assistente, fotografa di scena o comparsa, sarta, costumista o attrice famosa. Fellini ne era sempre, sinceramente sedotto. Le donne erano belle. Tutte.
– Bernice, cara…
Lo vidi alzarsi e accompagnarla vicino all’albero dove avrebbe fatto appoggiare Marcello.
La avvolgeva, la circuiva, la scrutava.
Le sussurrava tutta la sensualità del mondo.

– Azione!
Accompagnava l’andatura dell’uomo che seguiva la bella sconosciuta.
– Sculetta Bernice, bravissima, leggera, tu non tocchi terra, parla e non voltarti, vai cara – e nel frattempo gesticolava per guidare l’avanzare del carrellista. Ogni tanto si sentiva un suono di atmosfera. Gli attori avevano l’espressione di voler dire qualcosa di importante ma dalle loro bocche usciva solo una sequela di numeri.
Ero lì e mi sembrava di sbirciare un prestigiatore nella preparazione dei suoi trucchi: un miscuglio geniale e grottesco. Non mi resi conto che mi venne da applaudire.
– Stooooop!
Mi ritrovai addosso gli occhi di tutti. Anche quelli del Maestro. Incrociai il suo sguardo. Una simpatia immediata, che mi prese allo stomaco.
– Non si preoccupi Dottò. Lo allontano io, si può riprendere subito.
E invece no. Fellini liberò la troupe per il pranzo, invitò tutti a lasciarmi in pace e s’incamminò con me lungo il viale, fino a qualche decina di metri più avanti, dove c’erano altre poltroncine e un tavolo.
Gli spiegai che ero un giornalista mandato dalla scuola per scrivere un pezzo su Cinecittà e che ero scappato dal gruppo per venire ad assistere alle sue riprese. Era impossibile mentirgli. Sentivi subito di poterti fidare. Aveva una voce ipnotica, desideravi stesse sempre a parlare. Sorrise alla mia presentazione e decise di concedermi l’intervista.
– Perché ti piacciono i miei film? – mi chiese.
– Perché parlano… di quanto sono belle le donne.
Non mi dedicò lo sguardo ma intuii che la risposta gli era piaciuta.
Ricordo fin dalle prime battute il grosso rimpianto per non aver portato un registratore.
Le donne.
Fu un’intervista a due colori: il primo, vivace, in cui il Maestro dichiarava la sua ammirazione sconfinata al pianeta femminile.
– La donna sa già.
– Cosa?
Mi sorrise, dandomi del giovanotto, caro, con l’aria di chi non vuol dire troppo per non sciupare il finale. Ma anche con un po’ di invidia per la mia ingenuità da adolescente, ancora avviluppato a quei meccanismi femminili in atmosfere da sogni erotici a occhi aperti. Felliniane. Mi svelò che la Rimini onirica di Amarcord, con la Gradisca che lungo il corso viene mangiata dagli sguardi di tutti, era stata ricostruita lì.
– Lì dove?
– Lì, dietro quel palazzetto che avevamo di fronte.
Fellini amava Cinecittà. Proprio come residenza. Diceva che era il suo posto ideale per la vaghezza e la provvisorietà che vi aleggiavano. Neutro come un albergo. Un set da riempire ogni volta. Le costruzioni anni Trenta – di un classicismo semplificato, non privo di eleganza – erano blocchi di un quadro di Carrà: forme sfarinate a disposizione dei sogni.
Con la mano mi indicava dei percorsi tutti suoi, portavano alle costruzioni che nei suoi film avevano già fatto epoca.
– Laggiù in fondo, vedi? Dietro quelle enormi statue di cartapesta, c’è ancora la piscina che feci costruire per il passaggio del Rex in Amarcord.

– La donna sa già… – riprese il filo, senza tener conto che mi aveva appena imbambolato.
– Cosa?
– Sa esattamente come, fino a dove spingersi, dove fermarsi. Gioca con i nervi del maschio, caro, nello stesso identico modo, sempre.

Ero estasiato.
– Il maschio si sente minacciato dall’andatura, dall’orlo, dalla parte nascosta, da quella mostrata e soprattutto da quella suggerita. Non può farne a meno, povero caro. Lo vedi, si avvilisce ed è contento di farlo. Mentre parlava mi scorrevano sotto gli occhi le sequenze dell’harem immaginario di “Otto e mezzo”, il desiderio funereo di Casanova e le movenze di Magalì Noël lungo il corso di Rimini.
Mi confessò che durante le riprese de “Il Casanova” avrebbe voluto cambiare tutto, all’improvviso, e mantenere solo l’ambientazione settecentesca per dedicarsi a quelle carnagioni incipriate. Filmare di sfuggita il seno a sbalzo in un abito da castellana o da contadina, o la caviglia appena svelata nello scendere dalla carrozza per un appuntamento al tramonto, o la spalla scoperta di Madame…
Lo vidi sospirare.
Pensava a Barry Lyndon, mi disse, il film che Kubrick girò in contemporanea al suo. Stessa atmosfera settecentesca, ma trama e sviluppi di tutt’altro genere. Pensava all’eterea sensualità di Marisa Berenson, Madame Lyndon nel film… a quelle spalle scoperte.
Scrivevo e lo guardavo e mi si allontanava. Prendevo appunti, demoralizzandomi nell’affanno di chi non riesce a trattenere fra le dita una sabbia d’oro.
Sentivo che poteva concedermi ancora pochi minuti.
L’intervista aveva già virato nel secondo colore, più cupo.
Passeggiando all’ombra dei pini, su quel viale finto e pronto per le sue suggestioni ma più vero dell’Appia Antica, lo vidi distanziarsi in uno zoom all’indietro che progressivamente allargava l’inquadratura mostrando tutto il trucco. Fellini a Cinecittà non era mai solo, nemmeno durante un’intervista riservata. Adesso che scadeva il tempo mi accorgevo del fiume ininterrotto di donne imburattinate, caracollanti, travestite, truccate.
Così come le aveva chieste.
Come le aveva volute.
Aderenti perfettamente ai suoi disegni, ai suoi gesti da pittore, alle sue smorfie alle sarte, e le dimensioni del petto e stringi i fianchi più altera turgida più turgida guarda di lato. Eccole, un gregge sottomesso, obbediente, versatile al suo comando. Che al mattino le faceva aggressive e poi subito dopo ingenue e poi nostalgiche.
Si rigirò a guardarmi, il Maestro. Lo vidi, al centro del viale, ai lati le sue invenzioni.
Sentii tutto il senso d’angoscia del creatore.
Il suo capriccio, il suo schizzo visionario che imponeva la nuova figura di donna nel mondo, sarebbe diventato subito riconoscibile, circoscritto. Felliniano, con l’etichetta.
Il Maestro guardò in direzione dei palazzetti oltre il viale, come se ai balconi o alle finestre ci vedesse tutta la gente già abituata a quella visione e l’avesse incellofanata dentro una bolla.
Ma sì, è Fellini.
Sul viale, intorno al set, aveva il dominio assoluto delle donne, che gli si stringevano intorno, tutte sue, ma erano niente in confronto alle migliaia che sarebbero state belle nonostante lui. Belle, anche senza i vestiti e le acconciature disegnati e misurati da lui. Belle, anche senza i falsi seni e i falsi fianchi fabbricati nei camerini. Belle, eternamente, senza etichette, per natura.

Alzai lo sguardo dal taccuino ed era già lontano fra i pini e le sue donne con le sue scatole di trucchi, a sbracciarsi e a sedurre in quel mondo d’incubi voluttuosi.

« Benevolenza cosmica
Con Sara Rattaro “Andiamo a vedere il giorno” »