Distanze inesistenti 3 Maggio 2019 – Posted in: Cult a bit

A un primo sguardo, la Endless House è più simile a un nido di vespe, o a gusci spezzati di arachide, che a un edificio.
Era il 1924 quando Frederick Kiesler la presentò per la prima volta: l’idea era quella di creare uno spazio abitativo senza distinzione tra pareti, soffitti e stanze, un ambiente organico che generasse una continuità tra corpo umano e architettura, tra architettura e natura.
Non fu mai realizzata, se non in forma di modellino (il nido di vespe) per una mostra al MoMA sui visionari dell’architettura nel 1960.
La ricerca di Kiesler nasce all’interno del De Stijl e continua nell’incontro coi surrealisti, per i quali il concetto di continuità e flusso è un tema cardine: il surreale esiste in uno spazio che mette in relazione diretta elementi della realtà solitamente lontani tra loro. La lontananza, invero, sta nell’incapacità di vedere i nessi – non necessariamente corporei – che uniscono ogni cosa.
I surrealisti avevano trovato la maniera di rendere espliciti questi nessi attraverso il sogno e la psicanalisi, mentre Kiesler, decisamente più ambizioso e donchisciottesco, provò con la Endless House a renderli percepibili non soltanto nell’inconscio, ma nella realtà fisica.
Finché qualcuno non avrà l’ardire di costruirla soltanto qualche formica, o un topo, potranno dirci la loro sulla correttezza delle sue teorie.
Ma non è questo il punto.
Nel 1947, qualche mese prima di morire con una scarpa in mano, Antonin Artaud scrisse e registrò “Pour en finir avec le jugement de dieu”, monologo per la radio (prontamente censurato dall’emittente subito prima della messa in onda, che qui potete ascoltare per intero nella registrazione originale https://www.youtube.com/watch?v=EXy7lsGNZ5A) in cui, con la sua voce gracchiante da corvo-sciamano, diceva

Lorsque vous lui aurez fait un corps sans organes,
alors vous l’aurez délivré de tous ses automatismes
et rendu à sa véritable liberté. * 

* Allorché gli avrete fatto un corpo senza organi,
solo allora l’avrete liberato da tutti i suoi automatismi
e riconsegnato alla sua vera libertà.

Antonin Artaud, fotografato da Georges Pastier

Il concetto di “corpo senza organi”, coniato qui per la prima volta, sarà poi ampiamente utilizzato e dibattuto da Deleuze (a partire da “Logica del senso”, 1969, in avanti) ma il pensiero del filosofo francese è un ginepraio nel quale non oserò qui addentrarmi.
In poche parole, cos’è un corpo senza organi, se non un corpo infinito?
Un corpo dove la separazione delle funzioni è annullata e ogni singolo componente si è fuso in un unico organismo, in cui tutto è comunicante, in cui le parti e l’insieme combaciano.
Ecco allora, torniamo di nuovo da Kiesler, che nel suo “Manifesto sul Correalismo” scrive

The house is a living organism, not just an arrangement of dead material:
it lives as a whole and in its details.
The house is the skin of the human body. *

* La casa è un organismo vivente, non un semplice ammasso di materia inanimata: vive nella sua interezza e nei suoi dettagli.
La casa è la pelle del corpo umano.

La endless house altro non è che un edificio senza organi, un’utopia di cemento che dovrebbe ispirare gli inquilini a vedere oltre il funzionalismo, la praticità, la compartimentalizzazione dell’esistenza. Artaud auspica un’evoluzione dell’uomo che parta dall’interno, Kiesler spera nella stessa evoluzione, ma indotta dall’esterno.

In entrambi i casi ciò che conta veramente è spingere l’uomo a pensare la realtà non come susseguirsi di fenomeni separati, ma, appunto, come un insieme di nessi invisibili (e a ben pensarci, proprio in quel periodo storico si sviluppa la fisica quantistica…).
Oggigiorno la tendenza sembra opposta.
Siamo costantemente connessi – in quella che potrebbe definirsi una versione globale e virtuale della casa infinita kiesleriana – eppure il senso di “interconnessione esistenziale” si è atrofizzato: per paura di perdere noi stessi in questo flusso di dati e di persone, ci siamo abbarbicati sulla nostra identità, quasi fosse una fortezza da difendere a ogni costo dal resto del mondo. Questo sta creando un senso distorto della realtà, in cui la sfumatura di pensiero, l’indefinitezza, la libertà di interpretazione, il dubbio – che sono le armi a nostra disposizione per riconoscere più facce possibili di questo prisma –  vengono sacrificate in favore di una più semplice e grossolana divisione della vita in “fatti” da accettare dogmaticamente o da negare. È la cultura della fazione, della militanza, del conflitto, che vive sull’infondata convinzione che per esistere noi, tutto ciò che ci confuta deve essere eliminato.
È una cultura senza equilibrio, insicura, destinata a crollare: la complessa trama di punti di vista, possibilità e paradossi che compone il tessuto epiteliale della realtà e come una strada congiunge abitazioni lontane, permettendo agli abitanti di conoscersi e conoscere il mondo. Senza quella strada siamo imprigionati nelle nostre abitazioni – non più endless houses, ma celle claustrofobiche – e facciamo la fine delle piante interrate in vasi troppo piccoli.
Ne “L’assassinio del commendatore” – il più recente romanzo di Murakami Haruki, uscito in due volumi (Idee che affiorano e Metafore che si trasformano) per Einaudi – il maestro giapponese perfeziona un discorso cominciato ormai venticinque anni fa con “L’uccello che girava le viti del mondo”: la realtà è inconoscibile nella sua interezza, e soltanto accettando l’ignoto, l’assurdo, o più semplicemente i nostri limiti e le nostre incertezze, potremo cogliere la presenza dei lacci invisibili che tengono insieme l’universo.
La presenza, sia chiaro, non il senso: il senso è un concetto limitato esclusivamente alla logica umana (assieme a quelli di tempo e spazio), come tiene a sottolineare il Commendatore, che nel romanzo è un’idea incarnata, proveniente da un mondo parallelo legato al nostro da un’indefinita sebbene estremamente concreta “correlazione”, fatta di similitudini, metafore, e spaventose doppie metafore.

La verità è una rappresentazione, – continuò – e la rappresentazione è verità. La cosa migliore è accettare cosí com’è la rappresentazione”.[1]

L’autore prende dunque in esame avvenimenti che apparentemente non hanno nulla in comune e ci informa dell’esistenza di una connessione: il lettore è lasciato senza indizi su cosa la costituisca, ma nondimeno ne percepisce intensa la presenza. Questo “sentimento”, più simile all’intuito che alla fede, esula del tutto dalle restrizioni della logica e non può essere dimostrato attraverso i fatti né messo a parole. La brillantezza di Murakami sta proprio nel non dire ciò che non può essere detto, laddove le immagini evocate – così semplici e nitide – parlano al lettore con una forza che va oltre il linguaggio.
La lontananza – fisica, emotiva, culturale, d’opinione – come si è detto all’inizio, sta nell’incapacità di cogliere i nessi invisibili che ci uniscono. I dati di fatto sono utili tasselli che ci aiutano a orientarci nel visibile, ma soprattutto suggeriscono la presenza di ciò che non si può vedere. La proverbiale punta dell’iceberg. Se non ne prendiamo atto siamo come i ciechi con l’elefante: toccando chi la zampa, chi la proboscide, chi la coda, non ci accorgeremo mai che si tratta dello stesso animale.

[1] Estratto del romanzo L’assassinio del commendatore

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