Danzate, vi salverete da voi stessi 4 Aprile 2019 – Posted in: Cult a bit

La chiamò “Wuppertaler Tanztheater” la sua prima compagnia di danza nel teatro della cittadina tedesca dove, nel 1973, iniziò a lavorare come coreografa. Aveva vinto il primo premio al Concorso di Coreografia di Colonia nel ’69 e lavorato a fianco di Jean Cébron, Kurt Jooss, danzato per Lucas Hoving e per Antony Tudor imparando molto sul movimento. Ma Pina Bausch desiderava inseguire la sua idea per arrivare a quello che voleva dire con la danza e il teatro. Sentiva la fame, l’esigenza di dare una scossa raggiungendo una forma diversa al modo di esprimersi con il linguaggio del corpo che i tecnicismi della danza tradizionale non riuscivano a dare. Lei sentiva che anche con poco movimento si potevano ottenere grandi risultati. Quello che cercava era un legame aperto con i suoi ballerini, convinta che di base le persone speciali avessero dentro moltissima danza anche senza muoversi. Era interessata a lavorare col soggettivo tenendo conto della personalità individuale di ogni danzatore, del suo carattere, della sua natura e dell’aspetto interiore che amava scoprire insieme a lui.
“È vero, sono una persona difficile: ma se mi piace qualcuno, mi piace davvero, nel profondo.”
Erano queste le basi fondamentali su cui costruiva uno spettacolo.

L’inizio fu duro per tutti: non è difficile immaginare lo stravolgimento profondo che ogni cosa innovativa porta con sé. In quel periodo, a partire dagli anni Sessanta fino alla metà del decennio successivo, le filosofie orientali e i rituali arcaici influenzarono molto l’espressione artistica che cominciò a muoversi verso ogni tipo di sperimentazione volta al recupero del corpo, dall’espressionismo astratto e la “Body art” si arrivò alle tecniche di azione performativa di forte impatto e a una danza basata su coreografie realizzate da una gestualità semplice e quotidiana, istintuale. Pina si dovette scontrare con la frustrazione dei suoi danzatori che alle prove le urlavano contro, odiandola perché non capivano quella forma nuova, a metà tra il teatro e la danza, che la coreografa cercava di dare alle sue creazioni. Siamo alla messinscena dei Sette peccati capitali (1976) che rappresenta, per il lavoro della Bausch, un fondamentale passaggio da un teatro puramente coreografico (come per il Sacre) a un teatro di movimento e di parola (teatro-danza o Tanztheater) perché per la prima volta i ballerini si misurarono direttamente con il canto e la recitazione, lavorando fianco a fianco con attori e cantanti.
Quel suo metodo particolare richiedeva loro ore e ore preliminari stando insieme fermi, seduti a parlare invece che muoversi e ballare, sottoposti a impulsi psico analitici, domande a cui dovevano rispondere con gesti, parole o una sequenza di danza improvvisata. Molti dei ballerini si allontanaro, altri la attaccarono pesantamente ma, nonostante la profonda crisi in cui Pina inizialmente cadde, pian piano trovò la strada per farsi amare in modo irreversibile. Al punto che in seguito più nessuno restava turbato dagli affronti di certe persone tra il pubblico che, durante i primi spettacoli, sdegnati e irritati, fischiavano o addirittura si alzavano per andarsene.
Chi era Pina Bausch, quella donna minuta, gracile e malinconica, spesso silenziosa, instancabile e così tenace?
Bisogna andare indietro a quel seme messo a dimora durante la sua infanzia, agli anni appena dopo la Seconda guerra mondiale, quando la timidissima Pina (nacque nel 1940) si nascondeva sotto i tavoli del ristorante dei suoi genitori a Solingen, il suo paese natio in Germania, per osservare le persone, ascoltare le loro parole e fantasticare sulle loro storie. Le piacevano tutte quelle scarpe, quei piedi che le passavano davanti, osservava i movimenti delle mani, i gesti che parlavano d’amore, di rabbia, di felicità e intanto cominciava a pulsarle dentro la passione per la danza. Più di una volta, vedendola giocare, muoversi e ballare, capitò che alcuni attori di teatro che frequentavano il locale le suggerissero di iscriversi alla scuola di danza. E così accadde. La maestra la notò subito per la sua incredibile flessibilità e la chiamò “la donna-serpente”. Le si aprì un mondo. Desiderava fare le cose bene la piccola Pina, aveva paura quando doveva esibirsi, forse perché non voleva deludere, come capita alle persone estremamente timide che si chiedono quale effetto possa fare sugli altri quello che fanno. A quindici anni s’iscrisse alla scuola Folkwangschule di Essen dove c’era un Dipartimento di Danza che offriva un programma ampio e molto stimolante, dalla danza classica alle tecniche di quella moderna. Quattro anni dopo, con una borsa di studio e una grande determinazione, si ritrovò su una nave diretta a New York dove frequentò la Juilliard School of Music rafforzandosi nel carattere e costruendo le basi di tutto quello che venne dopo.

Quella di Pina Bausch è una storia in grado di sedurre in un modo autentico, forse perché riguarda in qualche modo l’essere salvati da se stessi. Racconta di quanto sia importante il contatto umano per l’arte che diventa il mezzo, oltre che il risultato prodotto da tale rispecchiarsi con l’altro, utile a compiere quella magia in grado di liberare un individuo da tutte le sovrastrutture che gli impediscono di raggiungere il suo proprio vero io. Attraverso la spontaneità e la naturale inclinazione caratteriale ogni strato emotivamente paralizzante viene perforato, così che possa essere raggiunto il senso profondo di se stessi e delle cose che ci circondano e ci muovono.
“La tua fragilità è la tua forza”, con queste parole Pina incitava i suoi danzatori a usare un nuovo vocabolario per tradurre e utilizzare quello che avevano dentro ed esprimerlo con il corpo, poiché la danza è una lingua e i suoi segni sono i gesti universalmente comprensibili. Nello stesso processo attraverso cui viene creata l’arte ispirandosi dal materiale umano, l’arte ri-crea l’uomo ricavandolo dagli strati di materia contaminante sotto cui è sepolto e restituendogli tutta la sua naturale bellezza preesistente.
Pina parte guardando un ballerino negli occhi, l’unico spiraglio attraverso cui si manifesta l’essenza priva di menzogne di una persona. Il teatro-danza di Pina Bausch è fatto di materia viva che scivola dalle mani, ha una sua forza, turba, scuote, s’imprime nei sensi, parla delle persone, della vita, dell’umanità, dei rapporti fra gli esseri umani. I suoi spettacoli non nascono dall’inizio alla fine, ma dall’interno verso l’esterno per cui la forma diventa conseguenza di un processo creativo.
Avvicinarsi al suo lavoro avviene come una sorta di richiamo, di risveglio catartico, è un flusso in grado di raggiungere le capillarità di un essere in cerca di espressione. È inevitabile restarne coinvolti in modo appassionato.

Se provassimo a immaginare di essere dei ballerini a un provino di Pina Bausch, impazienti di mostrare la nostra abilità fisica e la tecnica, inconsapevolmente ci troveremmo a dover affrontare prima di tutto i suoi sguardi penetranti e lunghi silenzi espressivi. Resteremmo sorpresi nello scorgere nei suoi occhi un guizzo di entusiasmo proprio a un nostro cenno di scoramento o di timidezza. Saremmo colti da un senso di disorientamento nel notare in lei interesse nei nostri confronti per il fatto di essere nascosti in seconda fila, o perché ci mangiamo le unghie e reagiamo alla sua domanda “Di che cosa avete più paura?” guardando fuori dalla finestra. Sentiremmo improvvisamente un certo intorpidimento che i nostri muscoli non sono allenati a sciogliere, seppur abituati a lavorare per ore e ore affinando la grazia del movimento, e capiremmo che occorre qualcosa di più profondo di una tecnica impeccabile. Avvertiremmo un peso e l’urgenza di liberarcene, provando a contattarci nella nostra più vera fragilità. Sentiremmo la curiosità di Pina ricadere su di noi – e non sull’ostentata sicurezza del ballerino meraviglioso in prima fila con la testa alta e le natiche strizzate – per qualcosa che fatichiamo a esprimere. Coglieremmo la sua voglia di conoscerci proprio per ciò che sta sotto la maschera, imbellettata per presentarci a lei e andata in mille pezzi alla sua seconda domanda “In che modo, per la prima volta, vi siete sentiti un uomo o una donna?”.
Allora proveremmo a ridere, per nascondere il senso di disagio provocato da questa mano forte e invisibile stretta sul nostro stomaco alla raffica di domande che cominciano ad arrivarci addosso come frecce scoccate da un arco impietoso.
“Dove passate il Natale?”, “Come reagite se qualcuno fa progetti su di voi?”, “Cosa avete ricevuto dai vostri genitori?”, “Come vi immaginate l’amore?”, “Se qualcuno vuole costringervi a fare l’amore come reagite?”, “Le sfumature del dispiacere”, “Quanto avete già ucciso?”, “Scacciare dei sensi di colpa”, “C’è un modo per aiutare gli animali a morire?”, “Paura di perdere qualcosa”, “Fare qualcosa di piccolo con quella parte di voi che trovate bella”, “Cosa fai quando sei imbarazzato?”, “e quando sei solo?”.
Tutta questa ginnastica dell’immaginazione, queste carezze ai sentimenti, queste lame che squarciano le emozioni e fanno uscire dolore dalle ossa, dai muscoli, in un modo a cui non eravamo preparati e che accogliamo prima con rabbia, sofferenza e poi con una sorta di stupore epifanico, cominceremmo a capire che è la strada verso noi stessi. Le cose più belle sono anche quelle più nascoste e su questo Pina ha lavorato instancabilmente. Il mettersi in mostra diventa un’avventura creativa e i pezzi, via via, trovano il giusto collegamento e tutto prende una direzione fino a che diventa uno spettacolo dalla precisione di un meccanismo a orologeria.
Oggi il metodo Pina Bausch approda in tutti i teatri del mondo e chi ha avuto l’onore di lavorare con lei porta avanti il valore della sua arte che convive con ogni aspetto della vita, dell’uomo e dell’ambiente. Non una danza racchiusa in un corpo, in uno spazio, ma all’aria aperta, sotto la pioggia, per strada, nelle città, con la gente e per la gente. Pezzi di roccia, cascate d’acqua, strati di terra, prati (veri) e fiori sono solo alcuni degli elementi che compongono la scenografia dei suoi spettacoli, sempre molto essenziale, dove ogni oggetto ha una sua funzione e partecipa fisicamente nella performance. Il regista Wim Wenders ha reso omaggio a questa straordinaria coreografa con un film (Pina, 2011) strutturandolo di tutti quegli elementi che riescono nella loro potenza a dare l’idea dell’eredità umana e artistica lasciata ai suoi collaboratori i quali, in toccanti soliloqui, riportano la loro esperienza con Pina che li ha cambiati per sempre. Dalla pellicola vengon fuori fedelmente colori arcaici, fierezze imponenti, energie primordiali, ripetizioni ossessive, gestualità che graffiano, quasi infastidiscono e solleticano ricordi, e poi le musiche che sono il sentimento dei suoi lavori, dai pezzi classici al jazz e a quelli contemporanei. Ma tra tutti gli interpreti con le loro goffaggini, tenerezze, indimenticabili brutture, un po’ bambini ritrovati nel gioco e un po’ saggi senza prendersi sul serio, la protagonista resta lei, nonostante appaia solo in Café Müller (1978), tra le sedie e i tavolini, lieve e spettrale in una tunica chiara con le braccia protese in avanti, un fantasma di autocoscienza al suono struggente delle arie di Purcell e Malou Airaudo.
“Il tema principale resta sempre l’amore, soprattutto come necessità assoluta di essere amati”, sussurra la sua voce in sottofondo, “con gli anni è cresciuto in me il sentimento di quanto siamo piccoli rispetto a quello che ci succede intorno. Per me a volte uno spettacolo è come una preghiera.”

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