Con Sara Rattaro “Andiamo a vedere il giorno” 1 Marzo 2019 – Posted in: Chiediamolo all'autore

Chi l’ha detto che le emozioni non sono spiegabili? Ci sono scrittori e scrittrici che hanno una naturalezza nel mettere in fila parole, in grado di permetterti di entrare non solo nelle pagine dei loro libri, ma anche nelle vite dei personaggi. Respirare accanto a loro, con loro. Ed è quello che succede leggendo un romanzo di Sara Rattaro, Premio Bancarella nel 2015 con “Niente è come te”. Di recente ha pubblicato “Andiamo a vedere il giorno”, in cui ritroviamo i personaggi di “Non volare via”, cosa piuttosto insolita nella narrativa. E proprio da questo particolare inizia la nostra chiacchierata con Sara.

Solitamente i personaggi sequenziali sono tipici del genere giallo/noir. La tua scelta di riportarci nel mondo di Matteo, Alice, Sandra e Alberto è piuttosto insolita. Come mai? Sono stati i lettori a chiedertelo?

La scelta è stata mia, i personaggi sono tornati a raccontarmi. “Non volare via” era un romanzo che aveva un finale aperto, con più cose che non erano state raccontate. Quindi c’era lo spunto per riprendere la narrazione. In “Non volare via” Alberto, il padre, tradiva la sua famiglia. Un comportamento ampiamente criticato da sua figlia Alice che, invece, dieci anni dopo si ritrova nella stessa situazione. Inoltre era rimasto sospeso il grande conflitto madre-figlia che andava risolto. Alice era una ragazzina ai tempi del tradimento di suo padre e si era fatta l’idea di una madre molto debole. In questo libro Sandra, la mamma, avrà l’opportunità di raccontare a sua figlia quanto coraggio ci vuole a tenersi una persona che ti ha fatto tanto male, per cercare di salvare la famiglia. Per Alice sarà un grande momento di crescita.

In “Non volare via” raccontavi principalmente la storia di Matteo, il figlio nato sordo. Invece in “Andiamo a vedere il giorno” la sua figura è quasi marginale, se pensiamo all’atmosfera che crei, direi quasi in “sottofondo”. Che messaggio hai voluto lanciare? Far vedere che una famiglia con un figlio che vive un disagio del genere ha, comunque, altri problemi quotidiani da affrontare, altrettanto complicati?

Sicuramente il fatto che una famiglia normale resta tale anche se gli accadono cose straordinarie, nel bene o nel male. In dieci anni Matteo è cresciuto, ha una vita come quella di tutti, e anche questo è un messaggio che volevo passasse. Ѐ grande, ha frequentato negli Stati Uniti l’università per sordi e dimostra ai suoi genitori di essere indipendente, sollevandoli così dal loro dubbio. E ora resta una famiglia da raccontare con un sacco di “non detti” e di “non compresi”. Essere una famiglia è una cosa complicata, tenerla unita è quasi una guerra quotidiana. E nella fragilità dei sentimenti umani trapela proprio questo: l’intima confidenza che abbiamo con certe persone spesso ci impedisce di comunicare con loro.

Solitamente scrivi storie, riprendendo situazioni che ti sono state raccontate da persone che hai conosciuto più o meno casualmente. Riesci a trasformare i loro racconti in romanzi senza essere influenzata da qualcosa di tuo? Di solito chi scrive qualcosa di autobiografico lo inserisce nei libri, magari anche non volutamente…

In realtà utilizzo i miei sentimenti per raccontare i sentimenti degli altri. Il dolore è dolore per tutti, così come l’amore. Tutti siamo stati invidiosi, tutti abbiamo avuto la sensazione di essere stati ingannati. Non sono però mai autobiografica. Fare della buona autobiografia credo sia molto difficile. Magari aspetterò di avere tante altre cose da raccontare, forse la mia esperienza, e qualcuno a cui interessi sapere della mia vita (sorride, ndr).

Una volta parlavamo dei tuoi lettori uomini. Dicevamo che molti si vergognano quasi ad ammettere di esserlo. Sfatiamo una volta per tutte la diceria “scrittrice uguale a lettrici”? A mio giudizio i tuoi romanzi sono davvero per tutti.

Allora sfatalo tu, perché se lo dico io non ci credono.

Ma tu vivi questa sensazione o non ti interessa più di tanto?

In realtà io continuo a fare quello che voglio fare e sono convinta che la mia sia una narrativa generalista, che non abbia per forza la necessità di essere etichettata. Ѐ vero che vengo letta soprattutto da donne, come è vero che tendenzialmente le donne leggono scrittrici e scrittori e gli uomini solo scrittori. I miei lettori però stanno crescendo, hanno iniziato a fidarsi, probabilmente anche dei consigli delle loro mogli o fidanzate che magari gli suggeriscono: “Leggilo, che parla anche un po’ di te”. In realtà è una polemica un po’ più ampia. Se uno “Strega” con tre finaliste scrittrici viene definito lo “Strega rosa”, allora è un problema culturale, non si riferisce soltanto all’editoria o alla scrittura in sé.

Quindi i tuoi lettori ci sono eccome…

Crescono, certamente. Anche se una cosa è leggermi, altro è scrivermi. Lo fanno più spesso in privato e non pubblicamente.

Per te scrivere cosa significa e qual è il primo pensiero quando ti “affacci” a un nuovo romanzo, quando apri il computer e devi affrontare le prime righe?

Per me scrivere è un’urgenza. Intanto credo sia l’unica cosa che so fare decentemente, però è proprio un’urgenza. C’è un momento in cui la storia è talmente chiara in testa, mi ha talmente tormentata per settimane, se non mesi, che mi rendo conto che l’unico modo per liberarmene è quello di farla diventare parola su carta. Quello che poi provo nel momento in cui “attacco” la pagina è la speranza di trovare un incipit degno della storia che sto per affrontare. E poi la voglia di buttarla via per riuscire di fatto a tornare alla mia vita normale.

Nel frattempo, in questi giorni, è uscito “Sentirai parlare di me”, un tuo romanzo per ragazzi. Quanto è difficile parlare ai giovani e quanto è difficile per te cambiare genere, approcciandoti a un metodo di scrittura differente?

Parlare ai ragazzi non è difficile, è una cosa molto immediata, devi solo farlo con trasparenza ed emozione. I ragazzi sono dei filtri pazzeschi e se cerchi di camuffare il tuo essere ti sgamano subito. La comunicazione con loro deve essere diretta e adeguata al loro livello culturale. L’approccio alla narrativa è un pochino diverso, è vero. Nasco come scrittrice per adulti, ho imparato a scrivere per ragazzi. Per loro tendo a mantenere una storia verosimile. Racconto dei “bioromanzi”, delle biografie di grandi personaggi. L’ho fatto per la prima volta con una storia che da ragazzina mi aveva emozionato molto, quella del virologo polacco Albert Sabin, diventata il libro “Il cacciatore di sogni”. Questa volta invece racconto la vita di Nellie Bly, la prima reporter investigativa della storia. Una donna di grandissimo coraggio. Si finse pazza per farsi rinchiudere in un manicomio, scoprire cosa succedeva alle donne lì dentro e poterlo raccontare.

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