COLORI NEL BUIO di Vanni Camurri ( 2° classificato alla 40° edizione del Concorso Letterario di Acquafredda ) 28 Novembre 2019 – Posted in: 8bit_stories

Alfredo gustò un sorso di Vermouth. Si sentiva gratificato dal fatto che il comandante della locale stazione dei Carabinieri venisse di tanto in tanto a chiedere il suo parere. Non era un informatore, ma trascorrere buona parte della giornata nel bar del paese aveva i suoi pregi; tanto a lui nessuno faceva caso: ormai era parte dell’arredamento. Quella mattina il maresciallo Olmo era entrato salutandolo ancor prima di chiudere la porta: – Oh, Alfredo, proprio te cercavo! – e dopo aver ordinato un caffè sedette al suo tavolo.
– Come va vecchio mio?
– I giorni belli di una vita sono sei o sette, gli altri fanno volume; questo è uno di quelli.
Il maresciallo bevve il suo caffè e Alfredo un altro sorso di Vermouth. Rimasero in silenzio per un po’, poi Olmo disse: – In zona c’è una banda che ruba cronografi di valore: sanno come, dove e chi derubare.
– Certamente hanno un basista.
– Giusta osservazione, il fatto è che dalla città si sono spostati in provincia; è di ieri il furto di un Rolex da quindicimila euro.
– E chi va in giro con quel capitale al polso?
– Si dice il peccato ma non il peccatore. Se senti qualcosa fammelo sapere. A proposito, che ore sono?
In quel momento il campanile della chiesa batté le ore.
– Complimenti maresciallo, deve essere il primo che riesce a far confessare una torre campanaria!
Olmo alzò le spalle, salutò e uscì. Alfredo bevve un altro sorso di Vermouth. Il maresciallo non gli aveva detto molto: i furfanti erano a volto scoperto? come erano vestiti? come se ne erano andati? Evidentemente voleva tenere per sé quelle informazioni. Posò sul tavolo il bicchiere vuoto e si avviò verso casa, considerando che i ladri dovevano aver messo in piedi un meccanismo perfetto, dalla identificazione dei polli da spennare fino al ricettatore. Colpi sicuri, poco rischiosi e refurtiva facile da nascondere, ma se erano ridotti ad agire in un paesino di provincia dovevano avere un disperato bisogno di soldi. Il maresciallo, tornato in caserma, entrò in fibrillazione quando gli fu comunicato che avevano appena sporto denuncia per il furto di un cronografo. Aveva imparato subito la differenza tra un normale orologio da polso e un cronografo di lusso, un oggetto che non tutti potevano permettersi, quasi fosse più importante come si misura il tempo invece di come lo si impiega. Lesse con attenzione il rapporto e l’unica parola che gli salì alle labbra fu: incredibile. In paese esisteva un solo semaforo. Ebbene, mentre la vittima era in attesa del verde era stata affiancata da due centauri con caschi integrali, in sella a uno scooter che, nel giro di pochi secondi, avevano aperto la portiera, puntata una bifilare, sfilato l’orologio, richiusa la portiera ed erano fuggiti. Il nome della vittima lo incuriosì: Tosca Baroni. Invece di convocarla decise che sarebbe andato da lei, anche se la molla che lo spingeva non era l’indagine. A ogni buon conto spedì brigadiere e appuntato a far domande in zona semaforo: qualcuno poteva aver visto qualcosa e nei piccoli paesi farsi gli affari degli altri era uno sport praticato con buona partecipazione e molto trasporto.

Olmo andò con la sua vettura e si lasciò trasportare dai ricordi: Trattoria dalla Tosca. Quando era stato assegnato a quella stazione vi aveva portato a pranzo sua moglie, ed era divenuta una abitudine festeggiarvi ogni avvenimento degno di nota. Tra quelle mura aveva solo bei ricordi e proprio quelli cercava. Parcheggiò a una certa distanza: vedere coi propri occhi era meglio di qualsiasi rapporto. La rapina era avvenuta al semaforo sulla provinciale dove, dopo l’incrocio, c’erano la trattoria e l’abitazione della Baroni; forse il colpo era previsto per quando fosse scesa ad aprire il cancello ma l’improvvisazione aveva avuto il sopravvento? Come sempre la mente di Olmo, girando a velocità vertiginosa, vagliava, bocciava o promuoveva un buon numero di ipotesi.
Entrò nella trattoria. La donna gli andò incontro piegando le labbra, dipinte di un rosso acceso, a un cordiale sorriso: – Si accomodi maresciallo, l’aspettavo.
Gli occhi della donna lo scandagliarono e mentre parlava il reticolo delle rughe si infittì.
– L’orologio era un regalo del mio povero marito.
– Era gioielliere, vero?
– Sì, me lo regalò l’anno stesso in cui mancò. Pareva se lo sentisse e decise di donarmi qualcosa di veramente prezioso: un Patek Philippe in oro bianco.
– Quanto può valere?
– Dai 48.000 ai 50.000 euro.
Olmo fischiò. – È come portare un monolocale al polso.
L’anziana donna sorrise ma non disse nulla.
– La gioielleria è a fianco della trattoria? – chiese Olmo.
– Sì, ora la gestisce mio figlio.
– Ricorda qualcosa della rapina?
– Si è svolto tutto in fretta e non ho neppure avuto il tempo di spaventarmi… erano vestiti di nero e indossavano il casco; fisico massiccio, non hanno parlato: è bastata la pistola che mi hanno puntato.
Quasi certamente giocattolo, considerò tra sé Olmo che concluse: – Non ricorda altro?
– No, purtroppo.
Olmo tornò lentamente verso la propria vettura, come lentamente stava facendosi strada un’idea, ma il bandolo della matassa era racchiuso in una risposta che ancora non aveva: chi sapeva che Tosca Baroni portava al polso un orologio così prezioso? Giunto in caserma il brigadiere lo informò che lo scooter era stato ritrovato abbandonato in un fosso e risultava rubato il giorno prima.
– Controlla le telecamere fisse, – ordinò, – forse salta fuori qualcosa. E continuate a interrogare gli abitanti della zona: non tutti erano a casa quando siete passati.
Si rinchiuse nel suo ufficio per raccogliere le idee, ma più pensava e più si ingarbugliavano.
Generalmente in un paese le notizie viaggiano alla velocità della luce, in fondo il pettegolezzo altro non è che una informazione non ancora verificata, ma mentre l’informazione è noiosa, il pettegolezzo è delizioso. Così Alfredo era immediatamente venuto a sapere del furto del Patek-Philippe. La notizia era giunta corredata da una folla di si dice e è quasi certo, che scartò con decisione: se c’era un colpevole da smascherare occorrevano indizi e prove. Seduto al suo solito tavolo ordinò un Vermouth rosso: doveva pensare. Bevve un sorso decidendo che la traccia da seguire era quella dei colori; pur se c’era chi affermava che se non si guardano non esistono e non sono né una sostanza e neppure parte della luce, avevano però l’innegabile pregio di essere sinceri, magari timidi come i colori pastello, persino timorosi di dire il proprio nome tanto da nasconderlo dietro quello di un fiore, di un frutto, schivi, ma veritieri. La prima persona da prendere in considerazione era il maresciallo e il colore da affibbiargli non poteva che essere il nero, come la sua divisa. Il nero: simbolo di autorità, rispetto, ma anche di buio e di mistero, umile e austero. Eppure non era il colore che gli si addiceva esattamente, molto meglio il blu: disciplinato, giudizioso, tale da riscuotere consenso. Il maresciallo Olmo infatti era un’acqua cheta con il piacere dell’onestà e della giustizia, anche se il blu era il colore per eccellenza della pace: le Nazioni Unite e l’Unione Europea ne avevano fatto la loro bandiera; desiderio di pace, giustizia e onestà, tre forze dirompenti che nel maresciallo convivevano in un difficile equilibrio e che il blu esprimeva pienamente! Soddisfatto Alfredo bevve un sorso di liquore. La rapina, il furto, non potevano essere rappresentati che dal giallo. Il giallo contaminava, come il male, ed era riconoscibile come gli scuolabus e i taxi di New York. Lampeggiando nel semaforo avvertiva della presenza di un pericolo; nelle pieghe della storia era stato spesso il colore dell’infamia e per una strana antitesi nella scala cromatica veniva subito dopo il bianco, il colore dell’innocenza. Alfredo era soddisfatto, la sua indagine procedeva a gonfie vele e per premiarsi si concesse un altro sorso. Era giunto il momento di concludere ed era talmente ovvio che si stupì di non averci pensato prima: a mettere insieme blu e giallo altro non poteva che uscire il verde. Essere al verde infatti era la molla che spingeva gli spiriti deboli a compiere grandi ingiustizie, verde infatti era il colore dell’invidia, della rabbia… stava concludendo il suo pensiero quando si aprì la porta del bar che fece affluire una ventata di aria fresca.
– Salve gente, voglio festeggiare un buon affare!
L’erre arrotata di cui aveva fatto sfoggio il nuovo venuto lo avrebbe tradito anche con chi in quel momento gli dava le spalle, infatti fioccarono i commenti: – Hai vinto al gratta e vinci?
– Perché non festeggi al tuo solito bar? – tagliò corto il gestore diffidente.
– Gli farebbero pagare prima gli arretrati…” ironizzò un avventore terminando con un risolino sarcastico. Il nuovo arrivato si era piantato a gambe larghe in mezzo al locale.
– Volete che vi paghi un giro di bianco o me ne devo andare?
Un coro unanime lo pregò di restare, solo il barista, ancora sospettoso, ebbe qualcosa da ridire: – Prima che stappi la bottiglia fammi vedere con che pagherai, non vorrei fosti al verde come al solito.
Qualcosa scattò nella mente di Alfredo, come una scintilla che accende l’esca, consuma la miccia e dà inizio a un fantasmagorico spettacolo pirotecnico. Bevve un abbondante sorso di Vermouth e si congratulò con sé stesso.
– E tu Alfredo, non bevi con me?
L’erre moscia con cui era stato pronunciato il suo nome gli mise i brividi e si affrettò a rispondere: – Il Vermouth è più che sufficiente, grazie ugualmente Luca.
Seguirono numerosi brindisi, infine nel bar tornò la quiete. Alfredo, in silenzio, trasse le sue conclusioni. Vuotò il bicchiere e si rivolse al barista: – Bruno, mi faresti un favore?
– Volentieri.
– Chiama in caserma e lascia detto che ho bisogno del maresciallo.
E dopo aver lasciato i soldi sullo scontrino uscì.
Olmo era perplesso, gli avevano appena comunicato che la banda dei cronografi era stata catturata in un capannone mentre stavano spartendosi il ricavato degli ultimi colpi e visto che la notizia per arrivare aveva impiegato due giorni, era evidente che le rapine in paese erano opera di qualcun altro. Tornò da Tosca Baroni per due domande.
– Sa da chi suo marito comprò l’orologio?
– Da Bezzecchi, il nostro concorrente qui in paese.
– Non da un commerciante?
– Bezzecchi ci doveva una bella cifra per alcuni favori che gli facemmo in un momento di difficoltà, e per pareggiare i conti diede a mio marito l’orologio che poi mi regalò.
Si salutarono mentre nella mente di Olmo le idee si rincorrevano come grilli impazziti. Era indeciso su quale rincorrere per primo, quando lesse un appunto sulla scrivania: Alfredo l’ha cercata. Incrociò le dita e sperò che avesse la dritta giusta. Si recò al bar. Come sempre Alfredo era al suo tavolo accanto alla parete mentre il suo cane stava accucciato in paziente attesa davanti all’entrata. Entrò e andò direttamente al suo tavolino. – Ciao Alfredo.
– Buona sera maresciallo.
– Sono tutt’orecchi.
– Quanta fretta, ordini qualcosa e mi dica a che punto sono le indagini.
Attese di essere servito e rispose: – Nulla di nulla, ho qualche idea, ma tu non hai da dirmi niente?
– Verde.
Il maresciallo sapeva che ad Alfredo piaceva centellinare le informazioni e parlare per enigmi. Decise di dargli corda: – Il verde al semaforo dice che posso passare, ma non saprei dove andare.
– Il verde è un colore strano, in molti lo associano alla speranza, alla rinascita della natura, ma nel nostro caso significa verde di rabbia e al verde di chi non ha soldi.
Saltare alle conclusioni era una specialità di Olmo.
– Quindi chi ha commissionato i furti, oltre al movente più antico del mondo, i soldi, aveva anche motivi personali.
– Mi permetto di contraddirla maresciallo, il movente più antico del mondo è l’invidia, vedi Caino e Abele, ma nel nostro caso credo si tratti di risentimento, e poi fame di soldi per saziare le proprie voglie.
Olmo bevve il suo caffè e cercò di mettere Alfredo alle strette: – Hai un nome?
– Non vuole sentire una storia prima?
– Se è breve.
– Parte da lontano, e l’ho percorsa seguendo le tracce di un colore. Lei dovrà trovare le prove.
– Il nome!
Ignorando l’invito del maresciallo Alfredo bevve un sorso di Vermouth e riprese: – Tempo fa, quando lei non ne conosceva neppure il nome, in paese, c’erano due gioiellerie, una di Baroni, l’altra di Bezzecchi.
– Ecco! – intervenne Olmo cui si era accesa una lampadina, – Conosco la storia del Patek Philippe.
– Quello che non sa è che fu l’inizio di un lento tracollo che portò Bezzecchi quasi al fallimento, fomentando il rancore verso chi aveva preteso il saldo del debito. Inoltre il figlio, che ora continua l’attività, è un noto dongiovanni, abituato a far capitolare le sue prede con i pezzi più pregiati della gioielleria, così ha pensato di darsi a un commercio… alternativo di orologi di lusso, e per unire l’utile al dilettevole si è voluto riappropriare di quello che lui riteneva l’ingiusto maltolto.
– Quindi si tratta di Luca, – concluse Olmo, – lo conosco da quando sono arrivato: ha sempre sofferto di non essere il più ricco del paese, poverino…
Dopo pochi giorni, l’arresto di Luca Bezzecchi scosse l’intera comunità. I bene informati fornirono indiscrezioni degne del miglior romanzo d’appendice, o fantascienza, a seconda delle preferenze letterarie. Olmo tornò al bar. Dopo i saluti si fermò al tavolo di Alfredo.
– Come mai lasci il tuo cane fuori dalla porta, sai che potrebbe stare con te.
– So che i cani per ciechi possono stare dovunque, ma qui si annoierebbe, almeno fuori può annusare e scambiare opinioni con gli altri quattrozampe.
– Da quando sei…
– Cieco? Da ormai trent’anni. Distacco della retina. Una sera andai a letto con gli occhi pieni dei colori della nostra bella campagna e al mattino non vedevo più nulla… ma vorrei sapere di Luca.
– Abbiamo trovato in negozio il Rolex rubato, mentre il Patek Philippe aveva già preso il volo lasciando nel nido un bel gruzzolo di euro. Lo ritroveremo, è solo questione di tempo.
– E i due rapinatori?
– Parenti della sua ultima fiamma, una dell’Est di ampie vedute. Come hai capito che dietro ai furti c’era lui?
– Gli occhi non servono a chi ha il cervello non vedente. Si pensa che i ciechi vedano solo buio o nero, ma è una definizione data da chi vede i colori, li osserva ma non li vede, non li comprende, non sente in profondità le emozioni che provocano.
– Tu invece?
Alfredo non rispose e vuotò d’un fiato il bicchiere posandolo poi delicatamente sul tavolo.
– Nella mia notte ci sono colori che neppure puoi immaginare…
Olmo si alzò.
– Se permetti i prossimi Vermouth li offro io. Ci vediamo.
E resosi conto d’aver detto una stupidaggine, confuso, inciampò nel bastone bianco di Alfredo.
– Scusa, non l’ho visto!
Alfredo sorrise divertito, evitò di commentare e ordinò.
– Bruno portami un Vermouth, sul conto del maresciallo.
Fuori Olmo si fermò a carezzare il cane di Alfredo, un labrador di taglia grande dal pelo biondo.
– Mi raccomando Ulisse, abbi cura del tuo padrone, è un grand’uomo.
Riprendendo la strada della caserma pensò che non è l’amore a rendere ciechi, e a volte incredibilmente sciocchi, ma il rancore… E che gli uomini si dividono tra vedenti e non vedenti non dal numero dei sensi che posseggono, ma dall’uso che ne fanno e dalla forza che dimostrano nel vivere con coraggio la loro esistenza.

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