Camillo Sbarbaro e il miracolo dei licheni 3 Maggio 2019 – Posted in: Cult a bit

“Io sono, per quel che è dato, un uomo felice, perché non ho mai fatto nulla nella mia vita di faticoso, di sofferto, di costretto; ho fatto tutto con mio piacere; e sono un uomo anche ricco, avendo più di quanto m’abbisogna”.

Camillo Sbarbaro non possedeva tv, telefono e frigorifero, in quella sua ultima Italia travolta dal boom economico degli anni Sessanta, evitata e ignorata nel silenzio modesto di Spotorno. Gli bastava il suo paesino dell’origano e delle farfalle. Gli bastavano un buon caffè, la raccolta di verdure spontanee e le sue rare colazioni a Borgio Verezzi. Gli bastavano i suoi occhi chiari con cui osservava il mondo mentre passeggiava, talora, sulla linea di confine tra l’esistenza manifesta e quell’altra segreta che gli faceva tremare la penna e le mani.

Talor, mentre cammino solo al sole
e guardo coi miei occhi chiari il mondo
ove tutto m’appar come fraterno,
l’aria la luce il fil d’erba l’insetto,
un improvviso gelo al cor mi coglie.

Un cieco mi par d’essere, seduto
sopra la sponda d’un immenso fiume.
Scorrono sotto l’acque vorticose,
ma non le vede lui: il poco sole
ei si prende beato. E se gli giunge
talora mormorio d’acque, lo crede
ronzio d’orecchi illusi.

Perché a me par, vivendo questa mia
povera vita, un’altra rasentarne
come nel sonno, e che quel sonno sia
la mia vita presente.

Come uno smarrimento allor mi coglie,
uno sgomento pueril.
Mi seggo
tutto solo sul ciglio della strada,
guardo il misero mio angusto mondo
e carezzo con man che trema l’erba.

Con lo sguardo disincantato e absoluto approccia all’esperienza poetica in età liceale quando, innamoratosi della Commedia dantesca, il suo professore Adelchi Baratono e i suoi compagni più fidati ne ammirano i primi versi. Il sentiero letterario e di studi umanistici comincia a delinearsi con la prima raccolta pubblicata, “Resine” (1911), per poi infrangersi sugli scogli di una realtà mesta e claustrofobica: dal 1908 al 1912 Camillo lavora come impiegato nella società siderurgica di Savona e poi negli uffici dell’Ilva di Genova, palesando un’insofferenza a questo cilicio professionale tale da fargli sperare addirittura in una chiamata liberatoria alle armi. Che non arriverà, in quanto, incaricato alle relazioni tra l’Ilva e il comando d’Artiglieria di Genova a Lagaccio, verrà esonerato dal servizio: un esonero che risuonerà per lui come una condanna alla sua grigia esistenza, tanto che chiederà e otterrà di arruolarsi come volontario della Croce Rossa, per poi frequentare il corso di ufficiali e svolgere, dal 30 luglio del 1917, servizio militare al fronte come sottotenente di fanteria. Con la Prima guerra mondiale alle porte Sbarbaro, inconsapevole del profondo mutamento esistenziale e storico che si sta profilando, pubblica “Pianissimo”, una silloge che vede la luce nel 1914. Come scrive il poeta Giovanni Boine, la raccolta “dice immediatamente una sua interiore arida solitudine, un buio e terribile vuoto che il poeta sente intorno a sé, fra sé e gli altri; un suo dolore fisso che l’assorbe, che lo gela, quasi come una malìa”.

L’unico tepore in questo gelido inverno di preghiere e ricordi perduti è dato da figure familiari, comparse salvifiche in una foschia di incertezze e atroci consapevolezze: la sorella Clelia e, soprattutto, il padre. Quell’uomo che attira al petto sua figlia, dopo averla inseguita, adirato. Quel padre che la protegge da quel se stesso che era stato prima, mentre la inseguiva. Quel padre dal cuore fanciullo che Camillo avrebbe amato, anche se non fosse stato suo padre.

Trasferito dal Veneto al Trentino, poi presso Bressanone, in attesa di smobilitazione, ritorna alla vita civile con un misto di spaesamento, commozione, inquietudine e nevrosi. Rifiuta offerte di lavoro allettanti, legge e scrive tutto il giorno, chiuso nella sua camera, e di notte deambula con le sue creature nottambule, complici fidate del suo oscuro turbamento.

Nel mio povero sangue qualche volta
fermentano gli oscuri desideri.
Vado per la città solo, la notte;
E l’odore dei fondaci, al ricordo,
Vince l’odor dell’erba sotto il sole
Rasento le miriadi degli esseri
Sigillati in se stessi come tombe.
E batto a porte sconosciute. Salgo
Scale consunte da generazioni.
La femmina che aspetta sulla porta
L’ubriaco che rece contro il muro
Guardo con occhi di fraternità.
[…]

Queste comparse ubriache di emarginazione non sono subordinate a pennellate decadenti, bensì serafiche possibilità di dissetare il poeta dalla sua arsura di fraternità, dal suo desiderio di “essere prossimo all’uomo”, di coglierne bellezza e fragilità.
Come sottolinea il critico Nicola Bultrini, nella poesia e nella vita di Sbarbaro “l’umanità resiste in maniera molto semplice. Non c’è nessuna deriva ideologica nella rappresentazione della realtà e dell’umanità nella realtà, dal punto di vista del poeta.”
In un labirinto esistenziale comune di incoerenza e malvagità, l’esistenza resiste. Resiste al vuoto, alla desertificazione. Ed è spiegata dal “miracolo dei licheni”.
Quei licheni di cui Camillo Sbarbaro è ricercatore di fama mondiale, benché la sua competenza specifica sembri oggi subalterna alla carica semantica di questa passione singolare.
“Sui licheni scrissi fin troppo, sempre cercando una spiegazione a questo hobby; nessuna conoscenza specifica, solo curiosità, piacere visivo, simpatia: la stessa che mi fa avvicinare a tutto quello che non è vistoso, per gli altri senza importanza, misero”.
I licheni diventano pertanto il simbolo dell’irriducibilità della vita: una forma di esistenza primordiale che prepotentemente resiste a qualsiasi condizione. Grazie a loro lo stesso poeta ammette di non sentirsi mai solo, perché “essi sono ovunque”. Una passione disperata, che nella sua vita si è eclissata solo in due casi, come lui stesso scrive: quando è stato innamorato e quando ha scritto.
In questo miracolo dei licheni, quello che contempla la generazione di una forza nuovissima nata dall’incontro delle debolezze della muffa e del fungo, Sbarbaro sembra condensare il suo paterno (più che fraterno) senso di protezione verso le épaves, i relitti, i frammenti, i “Trucioli”, come intitola una sua raccolta di brani in prosa scritti tra il 1914 e il 1918 (mini racconti, considerazioni, frammenti), pubblicata nel 1920 da Vallecchi. Attanagliato dai ritmi, dai rumori e dai paesaggi di una città convulsa come Genova, così lontana dai suoi borghi d’infanzia, questa raccolta consolida la sua considerazione letteraria, con l’approvazione di vari intellettuali del tempo, da Caproni a Guerrini sino a Montale, che gli dedica una sezione di “Ossi di Seppia”. Dopo il suo tentativo fallito di pubblicare, nel 1938, una seconda Edizione di “Trucioli” senza il fardello della censura fascista, il percorso della sua prosa ricca, attenta e sarcastica si evolve e si conclude nella raccolta prosastica “Fuochi fatui” del 1956, in cui l’autore raccoglie pensieri sparsi e avanzi letterari prosastici come “Scampoli e Trucioli”. Qui la prosa diventa più scarnificata, quasi epigrammatica, meno sarcastica e più bonariamente ironica: come il naturalista Sbarbaro individua, raccoglie e cataloga licheni, così lo Sbarbaro letterato fa con i suoi aforismi, schegge di meditazione e di riflessione dal tono meno irrequieto degli scritti precedenti. I fuochi fatui scientificamente si identificano in fiammelle fugaci prodotte da gas emessi da materie organiche durante la loro decomposizione e, allo stesso modo, i suoi aforismi sembrano illuminare un silenzioso sottobosco che incornicia la casa a Spotorno in cui lo scrittore ha vissuto, insieme a sua sorella e ai suoi licheni: apparenze fluenti, staccate tra loro, a cui Sbarbaro riesce ad applicare la sua mania scientifica di catalogazione.
In una fredda giornata di dicembre del 1966, Camillo riesce a raccogliere il suo ultimo lichene, il theolocarpon robustum Eitner, individuato su una roccia lungo una stradina verso casa.
Con la fragilità propria della sua età, quest’ultima raccolta di licheni gli costa una caduta di cui decide di documentare lo spavento contrassegnando con una croce il pacchetto in cui racchiude il suo truciolo conclusivo di resistenza.
Il 31 ottobre dell’anno successivo Camillo farà altrove le sue passeggiate, con le due mani aperte sopra l’erba, in compagnia dei maggiori fratelli, i fiumi, e i boschi, pacificati con la sua sorte, animati da fuochi fatui, morbidi di licheni, che solo i suoi occhi chiari avranno potuto percorrere, ché la vita che basta agli altri uomini non sarebbe bastata a lui.

E veramente
se un altro mondo non avessi, mio,
nel quale dalla vita rifugiarmi,
se oltre me miserie e le tristezze
e le necessità e le consuetudini
a me stesso non rimanessi io stesso,
oh come non esistere vorrei!
Ma un’impressione strana m’accompagna
sempre in ogni mio passo e mi conforta:
mi pare di passar come per caso
da questo mondo…

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