Audrey in the country 3 Giugno 2019 – Posted in: 8bit_stories

L’armadio, quello di sua madre, è sempre lo stesso: sei ante, uno specchio per anta. Due ante per l’autunno e per l’inverno, due per la primavera e l’estate. Le restanti due dedicate a contenere le quattro stagioni dei vestiti di papà. E ce ne cresce, che tanto gli uomini son sempre vestiti uguali.
Anche il suono cigolante dell’incontro tra chiave e serratura dell’armadio è sempre lo stesso.

Da bambina.

Gonne così lunghe che spazzano il pavimento, strette, legate, avvolte in quel vitino di vespa e pure bimba. Piedini che nuotano nelle MaryJane tacco sei che si fanno vertigine sulle gambette tornite.
I cappellini, ah i cappellini poi… Un mondo a parte. Fatto di velette in tulle più o meno rigido. Quello blu pavone si conferma sempre il suo preferito, pensa in ginocchio sulla sedia, davanti allo specchio della toeletta; lo aggiusta sulle ventitré e con il bistro di mamma si disegna, calcando troppo, una macchia nera sul mento che pretende di essere un neo.
La mamma viene a cercarla, dice sempre di fare silenzio, ma troppo silenzio la fa sospettare.
Ha lo sgrido in gola ma lo butta giù, ogni volta, vinto da un sorriso nel guardare sua figlia, vanità ingenua e pulita, che gioca a essere lei. E pensa che non durerà molto, e finché dura se la vuole godere. I vestiti non sono la parte importante,
in fondo.

Oggi.

Le gonne anni Sessanta le cadono giuste, poco più su dell’osso della caviglia. Sono ancora morbide sui fianchi, disegnati dalla palestra.
Le scarpe, ecco, sono perfette, mamma non le ha mai buttate via, e ora sono vintage à la page.
Indossa una camicetta bianca affiancata, stringe in vita la cintura alta e si aggiusta la gonna. Guardandosi allo specchio prova più tenerezza per sé stessa adesso di quando giocava con quegli stessi vestiti da bambina.
Il suono cadenzato del bastone sul parquet è l’araldo che annuncia l’arrivo di sua madre: è cambiata la sua postura e si è persa l’andatura aggraziata e leggera, ma è tornato lo stesso sorriso di quando guardava lei, bambina, in quella stessa stanza, riflessa nello stesso specchio.
Ci sono stati anni, in mezzo a queste ante, dove quegli abiti si erano travestiti da stracci inutili, brutti, vecchi. Rifiuti di un rifiuto. La mamma lo sapeva che quel tempo sarebbe arrivato, ci era passata prima di lei, e lo ricordava.
Ci era passata. E proprio per questo sapeva che sarebbe passato.
La corsa, l’istinto a crescere, prima una gara a emulare, poi una rincorsa ad affermarsi diversi, poi tornare alla matrice e riconoscersi.
– Ma esci così? – le sorride la voce di mamma.
– Non sto bene?
– Non mi assomigli, ma stai benissimo…
Si assomigliano invece, abbracciandosi nell’amore di madre che vede donna la figlia e nell’amore di figlia che vede donna la madre.
Ha tempo da assaporare in questo sabato pigro.
Lo spende a caccia di ricordi, saranno le scarpe e l’abbigliamento d’antan che giocano di osmosi. Esce.
Passeggia in Croce di Via, incrocio di due stradine che tagliano a metà il paese, in mezzo a una natura di suoni e colori di foglie, spighe di campagna, oro maturo.
Una chiesetta abbandonata, muri alti coronati di cocci di bottiglia proteggono ville dismesse, le rendono fisicamente inaccessibili e mentalmente cariche di storie da scoprire e raccontarsi.
Barriere affabulatrici, la incantano da sempre.
Non sono mai ostili ai suoi occhi.
Quegli stessi occhi che, pur senza possederne grazia e bellezza, la fanno sentire come Audrey Hepburn che sbircia da inaspettate fenditure, immaginando feste e convegni tra alberi secolari, osservando distante, protetta da quella stessa ferita nel muro che le ha regalato la vista e il sogno.

Manesseno, 04 maggio 2019
Sabrina De Bastiani

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