All’impazzata 1 Marzo 2019 – Posted in: Degustazione letteraria

Françoise Sagan – 

Françoise Sagan scrisse il romanzo “All’impazzata” (titolo originale “La Chamade”, inizialmente tradotto con “La disfatta”) intorno alla metà degli anni Sessanta mentre, dopo un avvio travolgente nel 1954 con il grande successo di “Bonjour tristesse”, si trovava all’apice della sua carriera letteraria. All’epoca la scrittrice incarnava perfettamente la figura dell’artista maledetto, in cui il genio letterario conviveva con un impulso all’autodistruzione: una vita condotta all’estremo, tra droga, alcol e folli corse in auto con cui mise spesso a rischio la propria incolumità. Ne furono specchio i suoi personaggi, le figure femminili soprattutto, donne desiderose di vivere appieno la propria esistenza, ma che rivelano ben presto una certa fragilità nell’intreccio delle vicende personali.
Non fa eccezione la trentenne Lucile, protagonista de “All’impazzata”, che fin dalle prime pagine viene abilmente tratteggiata come una ragazza spensierata, “totalmente irresponsabile”, dedita ai piaceri della vita e incapace di concepire la minima preoccupazione per il proprio futuro. Ama considerarsi una persona sprezzante, non mostrandosi però insensibile nei confronti dei sentimenti altrui. Vive da due anni con Charles, uomo d’affari di circa cinquant’anni la cui attività consiste nella gestione di immobili; si preoccupa per lui, e il suo timore, pur non amandolo, è quello di essere la causa della sua infelicità, anche se forse, in una certa misura, questa è inevitabile: «Non poteva far nulla per lui: non si può consolare nessuno di esser nato e di dover morire». Almeno fino a quando non incontra il giovane e spiantato Antoine.
“All’impazzata” è la storia di una passione, quella tra Lucile e Antoine, ma è anche il racconto di timori, ansie e bugie; è un’analisi precisa, forse cinica, senz’altro profonda e non consolatoria, delle sensazioni che precedono e seguono il nascere di un amore inquieto, che appare fin da subito totalizzante («le sembrava che la sua esistenza anziché concentrarsi su un solo essere diventasse immensa, impossibile da colmare, trionfale»), ma che non esita a mostrare segni di debolezza e fragilità di fronte agli inevitabili ostacoli che le ombre del futuro sembrano porre.
La sua scrittura si rivela asciutta e intensa, attenta nel mostrare le sfumature di carattere, i piccoli gesti, i cambiamenti di umore in un’acuta indagine introspettiva. Suddivisa in tre parti – le tre stagioni in cui la storia ha luogo, primavera, estate e autunno -, la narrazione sottintende un legame tra i cambiamenti che le diverse fasi portano con sé e le sensazioni di Lucile come presagio dell’imminente futuro. Il romanzo si apre con una folata di vento primaverile che la sveglia dal sonno notturno e sembra quasi rapirla nell’irresistibile desiderio di una corsa in automobile in aperta campagna, un risveglio dei sensi che appare un’anticipazione di ciò che Antoine provocherà in lei. E poi il grigiore autunnale, quel mese di novembre particolarmente freddo e piovoso, quella cappa pesante che si posa sulla loro passione.
La Sagan realizza anche, abilmente, un ritratto ironico e per certi versi amaro della sua epoca, con i salotti frequentati dalla gente che conta, le cene, i cocktail in cui si tende a bere troppo, gli appuntamenti cui non si può mancare e una Parigi splendida e malinconica a fare da sfondo. Perno di questo mondo dorato, alimentato spesso da mera apparenza e opportunismo, è Claire Santré che «apparteneva alla piccola valorosa schiera di cinquantenni che a Parigi si danno da fare per vivere e restare alla moda – a volte addirittura per dettarla», con il suo accogliente appartamento in avenue Montaigne e le sue serate assai ambite. È proprio durante una di queste serate che Lucile incontra Antoine, accompagnato dalla sua amante Diane.
Una narrazione intensa, “All’impazzata”, incentrata sui temi dell’amore e della solitudine, in cui la ricerca di una felicità piena e condivisa appare impossibile se non (erroneamente) cedendo a compromessi, come fanno tanti decisi ferocemente a non essere davvero felici. O semplicemente pensando al proprio destino come isolato rispetto a quello altrui, in un mondo in cui la solitudine appare l’unica salvezza: «Ci sono a volte, nella solitudine, momenti di felicità perfetta il cui ricordo, in situazioni di crisi, può salvare dalla disperazione più di quanto possa fare quello di qualsiasi evento esteriore. Poiché sappiamo che siamo stati felici, soli e senza motivo. Sappiamo che è possibile».

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