Alfonso Gatto: quel poeta che veniva dal Sud 1 Marzo 2019 – Posted in: Cult a bit

Quel poeta veniva dal Sud, con la sua fragile e dignitosa valigia di cartone. Aveva di occhi grandi, spalancati, assenti, vigili, stellati. Una voce cantilenante, in perpetua modalità di recitazione. Dove ogni pausa era un tiro di sigaretta, un rilascio di fumo. Veniva dal Sud e la sua valigia di cartone pesava le anime dei suoi morti al paese, del suo orizzonte di mare e montagna, della sua verità di storia e amore. Aveva la responsabilità di incarnare gli stereotipi dello scrittore, del meridionale. Di un poeta che veniva dal Sud. Non è difficile immaginarlo crescere, irrequieto e impetuoso, nei quartieri vecchi di Salerno, di quella “città esposta contro il mare, contro il vento, secondo la regia naturale del Padreterno”, in vicolo delle Galesse, in quella via degli artigiani dove c’era il carpentiere Giuseppe doce doce e dove ammirava l’opera della ricamatrice Reginella, la più bella del quartiere. Percorreva la città, ancora grumoso dei sogni di un letterato ostaggio di orizzonti, per visitare il cimitero, assorto in una incomprensibile (ai più) contemplazione della morte che lui stesso considerava “il vino dei poeti, il loro modo di ubriacarsi della vita”. Nonostante siano evidenti i segni di un rinnovamento contenutistico e formale, dall’esordio di Isola (1932) e di Morto ai paesi (1937) alle sue testimonianze liriche di resistenza, autobiografismo lirico e partecipazione storica (come La storia delle vittime, 1966), la sua poesia sembra comunque orientarsi su uno stradario terminologico piuttosto costante – morte, assenza, lontananza, memoria, attesa, solitudine, vuoto – che gli conferisce un aspetto di “poeta oscuro”. Ma questo singolare poeta del Sud ritornava da quei luoghi di silenzi pieno di una strana gioia, spiegabile solo attraverso un quasi leggendario cliché meridionale: “noi del Sud crediamo che i morti, tra questi fiori, continuino a vivere, come in una stanza”. Nella poesia Lelio (da “Poesie”) la tomba del fratellino diventa, nella folle e sana immaginazione di Alfonso, una cameretta bianca, con un giardino intorno. Il suo primo critico, Carlo Muscetta, vide l’affermazione della morte nella poetica di Gatto come una conquista di vita prolungata in un immobile canto, senza oratoria di pietà; l’assenza, la sua distanza dall’infanzia e il recupero della stessa si traducono a volte in un rassicurante ma innovativo impressionismo memoriale (in cui si esalano fragranze pascoliane, si respirano le ariose e nostalgiche cantabilità digiacomiane), altre volte invece in un “surrealismo d’idillio” che si nutre di analogie foniche, piuttosto che semantiche e di inarrestabili enjambement.

Questo libertino trobadore del Novecento, di sangue calabrese, nato e vissuto a Salerno, dopo aver contemplato della sua città le offerte paesaggistiche ed esistenziali di vita, sogno e morte, decise un giorno, che durò mesi, di staccarsene, prima dei suoi vent’anni, per fare l’istitutore ad Arpino. Alfonso era fermamente convinto che ogni meridionale avesse nelle sue origini “la paura di restare sempre figlio, di ubbidire all’amore cieco che vorrebbe risparmiargli l’esperienza e la verità della vita”. Così si distaccò, come fecero pochi altri suoi coetanei, dalla contemplazione di quell’orizzonte di mare e monti per raggiungerlo davvero, l’orizzonte, affrontando un viaggio, sedotto dai versi di Ungaretti e di Valery; era quella, a sua detta, la condizione esaltante e disperata di tutti i giovani di fantasia e d’immaginazione del Sud: voler partire e restare, insieme.
Cominciò il suo viaggio di poeta e lottatore politico e civile. E per affrontarlo riuscì, con caparbietà, a infilare nella valigia i suoi morti, la madre e persino il mare. Un po’ nella valigia e un po’ negli occhi, s’intende. E quel che rimase ancorato alle sue pupille si distaccò pian piano per colorare nuove tele, frutto della sua stessa incontenibile vis creativa e della sua sfrenatezza immaginativa. Alfonso si mescolava nelle città in cui visse, anche se lontane dal suo mare oramai diventato lago: Milano, Firenze (dove fonda nel ’38 la rivista di secessione ermetica “Campo di Marte”), Bologna (dove insegna Letteratura Italiana al Liceo artistico), Roma. Nella città meneghina lo accolsero Zavattini, Persico, Sinisgalli, uomo del Sud anche lui, insieme al drappello di poeti e scrittori ‘immigrati’ dalla bassa Italia. Arrivato alla stazione con in tasca lettere di raccomandazione dell’amico Falqui, indirizzate a Zavattini, Piero Gadda e agli altri esponenti di una cerchia di intellettuali riconosciuti nell’entourage culturale di quegli anni, Alfonso decise di non utilizzarle subito. La paura di un provinciale, inesperto del vivere, lo spinse al coraggio di farcela da solo. S’incamminò verso Corso Buenos Aires e si sentì avvolto dall’ancora calda eco dei dialetti sfacciati del Sud.
Milano, così sicura e perentoria, gli entrò nel sangue, soprattutto di sera, quando si illuminava, nell’interno delle case, “al vigile tepore dove si parla piano”. Correttore di bozze per il Corriere della Sera, collaboratore delle riviste Mondadori, redattore clandestino de La Nostra Fabbrica, Alfonso era un precario che andava da una tipografia all’altra della città, col piombo degli articoli in tasca, dopo aver vissuto l’esperienza della prigione di San Vittore con l’accusa di antifascismo.

La sua Milano gli offrì giorni di resistenza e poesia, ma anche di giovanili contraddizioni: da Poeta Povero Buono lui e i suoi amici si raccontavano il disprezzo per i poeti “che conoscono troppo bene l’arte del vivere e del successo”, seduti sui divani di velluto rosso dell’aristocraticissimo Salini, ove potevano permettersi a stento un caffè.

Ma Alfonso Gatto, coi suoi grandi occhi ‘stellati’, come li definì il suo amico Pratolini, protesse fino alla fine la sua fragilità di immigrato nell’esperire del mondo; e a ricordarglielo fu anche Luigi Pirandello, sull’uscio di casa sua, di ritorno da una serata tra amici, insieme a Guido da Verona:

“Lei è un ragazzo indifeso. Si difenda, diventi più forte. Lei è molto gracile”.

Quanta strada aveva fatto Alfonso Gatto da quando aveva rinunciato all’utero di un mare quasi mitologico per avvicinarsi alla vita?
Mi piace immaginare questo pittore, giornalista, insegnante, scrittore e poeta in perpetuo cammino su un sentiero ciottoloso in cui a ogni enjambement corrisponde un nuovo inciampo, un nuovo gradino di vita.
Avrei voluto condividere e commentare con voi quegli enjambement, quelle gemme liriche incastonate tra i ciottoli del sentiero di quest’uomo. Le mie intenzioni erano quelle, posso giurarlo.
Ma poi mi sono ritrovata a scrivere pennellate della sua esistenza, con la stessa irregolare intensità con cui ho vissuto insieme a lui la strana carezza di giorni di ricordo o scoperta. Ancora non lo avevo sentito pronunciare, avvolto nel fumo della sua sigaretta ‘da intervista’, queste parole:

“Io credo, finché vivo e finché vivrò, che più importante della mia poesia sia la mia stessa vita. Una vita da salvare fino all’ultimo e che ci permette di scendere – come dice il mio caro amico e maestro Montale – in quel giorno della nostra morte senza viltà”.

Eppure, così attaccato alla vita più che ai suoi versi, il poeta che veniva dal Sud si è affannato, ancora costretto nel piccolo dramma dell’appartenenza e delle radici, ancora prima di riempire la sua valigia, “a dire il dicibile su quella entità ineffabile a cui è convenuto di dare il nome di
Poesia.

In ogni gioia breve e netta scorgo il mio pericolo.

Circolo chiuso ad ogni essere è l’amore che lo regge

Tendo a questo dubbio intero, a un divieto in cui

Cogliere il sospetto e la lusinga del mio movimento.

Universo che mi spazia e m’isola, poesia.

(Isola, 1929-1932)

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