Rachel 4 Settembre 2019 – Posted in: 8bit_stories

Sta seduta sulla terra rossa e si tiene due gambine magre strette in grembo. Un pallone di gomma, disegnato a spicchi, dello stesso colore della terra rimbalza in cerca di qualcuno che ne abbia cura. Rachel lo guarda per un momento, ma i suoi sensi sono attratti dal richiamo delle rondini che sfrecciano in cerca di insetti da portare ai nidi dai loro piccoli. Il cielo è terso e si è liberato di tutta l’umidità della notte. Il pallone continua a rimbalzare, raggiungendo i piedi nudi e impolverati della bambina. Sembra trovare pace solo allora. Rachel osserva quella sfera così innaturale, ha paura di toccarla, si ritrae ancora di più su se stessa. Avvicina le gambe al petto, cingendole tra le sue braccia, allontanandosi dal contatto con quella specie di pelle ruvida del pallone.
– Mi chiamo Rachel, – gli dice e torna a guardarsi intorno. Si trova in un posto strano, che non aveva mai visto. Eppure nei suoi dieci anni di vita ha girato i paesi dell’Africa, prima di giungere in quel villaggio chiamato Shisong in Camerun. Ha conosciuto rapimento e schiavitù, che l’hanno cresciuta come genitori amorevoli, adottandola senza lesinare energie quando suo padre e sua madre finirono sotto i colpi del machete in Ruanda. Sono stati i padri religiosi, che ora l’accudiscono e che l’hanno portata in quel villaggio, a pagare il prezzo del riscatto per liberarla da quella parentela asfissiante che la teneva prigioniera in Sudan. In questa parte del mondo è facile imbattersi in storie come quella di Rachel, ma lei indica il cielo e, rivolgendosi al pallone, dice: – È tutto quel che ho. Solo allora si accorge di avere aperto il guscio nel quale si era chiusa. Il braccio disteso sostiene l’indice verso l’azzurro che li sovrasta, le gambe libere dall’abbraccio spingono i piedi a ritrovare il contatto con la ruvida superficie della sfera.
– Chi sei tu? – domanda. Non riceve risposta. Il suo sguardo abbraccia il resto del mondo. Evita di guardarsi attorno, dove è meglio non vedere. Si difende così Rachel. Il pallone si muove ancora, attirando la sua attenzione nuovamente. Che strano, pensa Rachel, non c’è un alito di vento. Poi vede le righe bianche sulla terra rossa, dritte e immobili. Segue con gli occhi quel tracciato da un limite all’altro, dove la luce del sole disegna due grossi anelli sul terreno, la circonferenza chiusa di una fede senza principio e senza fine. Nuovamente si rivolge al pallone: – È quello il tuo posto?
La sfera si muove e Rachel ne segue il movimento con la testa. Dice di no. Allora solleva lo sguardo verso una delle estremità di quelle linee. Questa volta non riesce a ignorarlo: un grosso cerchio di ferro sospeso nell’aria con una rete appesa che lo rende simile a un canestro. Rachel si alza da terra e con le piccole mani si schiaffeggia la schiena per rimuovere un po’ di polvere dal suo vestitino colorato. Fa un grande respiro. Si china, tendendo le braccia verso il pallone e per un attimo attende con curiosità. Le sue dita fremono e si avvicinano. Poi si ritrova il pallone tra le mani, come se quello le avesse cercate con un piccolo sobbalzo capace di vincere la forza di gravità. Impaurita, Rachel allarga le mani e lascia andare la sfera, ma quella rimbalza e torna a cercare il contatto con le sue dita. Rachel la spinge ancora verso il basso, questa volta con maggiore violenza, come per mandarla via. Ma quella ritorna ancora e ancora, come se non volesse abbandonarla. Allora Rachel la blocca tra le mani.
– Vuoi proprio stare con me, – mormora, avvicinando la bocca agli spicchi arancioni. Il garrito delle rondini si fa più intenso e profondo. Rachel corre verso l’anello, tenendosi alle spalle il sole. Si ferma a poca distanza e inclina la testa di lato per misurarne l’altezza. Soppesa il pallone oscillando le braccia. Si piega sulle gambe e spinge con tutta la forza che ha dentro. Gli spicchi arancioni iniziano a ruotare, rivelando per un istante alla bambina l’inafferrabile incanto di una parabola tracciata nell’aria. Il pallone si appoggia sul ferro. Rachel stringe i pugni, il suo respiro è sospeso, mentre il pallone rimane in bilico ad arrampicarsi su quell’anello. Poi, il ferro generoso accoglie quel tiro imperfetto, il pallone percorre un giro completo, come un’acrobata che cammina sul filo, e compie la magia di accarezzare la rete di corda, lasciando nell’aria un flebile fruscio, quando ricade al suo interno. I pugni di Rachel ora si alzano verso il cielo e un radioso sorriso le illumina il viso. Scuote la testa e con le mani si scosta i capelli dagli occhi. Va incontro al pallone che rotola verso di lei e lo abbraccia, appoggiando la guancia su quella gomma ruvida. Altri bambini giungono dal villaggio e invadono il campo con le loro grida, stringendo altri palloni. Per la prima volta, dopo tanto tempo, Rachel si guarda intorno e scopre altri sorrisi con lo stesso candore delle linee bianche di quel campo che si incrociano come i destini degli uomini. Un bambino tiene le mani aperte verso di lei e le agita, muovendo freneticamente i piedi. Rachel capisce cosa vuole, ma lei non ha intenzione di lasciare andare via la palla che stringe fra le braccia. Ma quello continua a muoversi fino a ballare a un ritmo sempre più cadenzato, fino al punto in cui gli scappa da ridere. E anche Rachel ride con lui senza riuscire a frenarsi. Le lacrime raggiungono gli occhi senza un motivo. Si abbandona alla gioia contagiosa e inizia a ballare col bambino che ha di fronte, quasi sentisse la stessa musica. Le gocce di quel pianto innaturale le bagnano il viso e cadono fino a raggiungere terra, irrigandola di innocenza. Rachel scioglie la morsa di paure che la tengono legata. Lotta per liberarsi dalle catene che la costringono a non guardare. Una leggera esitazione, poi lancia il pallone nelle mani aperte del bambino senza timore di perderlo, perché ormai sa che ritornerà presto tra le sue. In fondo basta un passaggio per incrociare altri destini. Rachel ora sa che non può fare a meno di guardarsi intorno.
Nel campo di Shisong rotola un pallone. La superficie liscia, sulla quale non si riconoscono più gli spicchi disegnati, tradisce il tempo che è trascorso. Il buio della notte lo rende inquieto, come la solitudine che lo accompagna. Solo le stelle di quella volta di cielo possono ascoltare il suo lamento ripetuto all’infinito, quando rimbalzando tra un canestro e l’altro continua a domandarsi senza sosta: – Dove sei Rachel?
Le rondini attendono silenziose che sopraggiunga l’alba.

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