La bambina celeste 4 Settembre 2019 – Posted in: Degustazione letteraria

Francesco Borrasso – 

Un dolore straziante e innaturale, senza alcuna possibilità di consolazione, al di fuori di ogni comprensibile logica. È questo ciò che causa a un genitore la perdita di un figlio. Si smarrisce ogni punto di riferimento, come se un pezzo del proprio corpo fosse stato orribilmente mutilato, senza possibilità di curare la ferita. Un dolore a cui non si riesce nemmeno a dare un nome: si può essere orfani, vedovi, ma chi perde un figlio?
Questo immenso patimento è al centro della narrazione de “La bambina celeste” di Francesco Borrasso (Ad est dell’equatore – 2016), un romanzo breve che arriva direttamente al cuore del lettore e lo rivolta da ogni parte. Un diario che ripercorre un lutto senza poterlo elaborare: “La vita mi ha spezzato in tante parti e io non sono stato bravo a rimetterle insieme nel modo giusto”.
Il giovane pittore Daniel Alberti, nel tentativo di far conoscere i propri lavori, ottiene un incontro con un importante gallerista, ma il giorno del colloquio la sua attenzione finisce per essere totalmente concentrata sull’assistente, Victoria, per cui prova un’inevitabile attrazione. Dalla loro relazione nasce la piccola Giorgia e la loro esistenza sembra scorrere serenamente, come quella di tante famiglie simili, costantemente impegnate a far crescere i propri figli e a osservarne le continue scoperte. Fino a quando la sorte non inizia ad accanirsi: all’età di quattro anni Giorgia accusa un fortissimo malessere, tra vomito e febbre alta, un’apparente influenza che, dopo la corsa al pronto soccorso e i successivi esami, si rivela essere un tumore al cervello.
La narrazione prosegue con una scrittura essenziale, capace al contempo di far percepire la tensione degli attimi che precedono la scoperta della malattia, il dolore puro e lancinante che ne consegue, privo di qualsiasi desiderio di compatimento, ma gravato dal senso di colpa di un padre che di fronte a tale evento avrebbe voluto adoperarsi in ogni modo, risolvere tutti i problemi, perfino caricare su di sé il male che stava consumando sua figlia, per poi doversi arrendere impotente.
Il racconto è inframmezzato dai ricordi del protagonista – episodi della propria infanzia e giovinezza – su cui aleggia un nefasto presagio futuro. Gli agitati sogni ricorrenti cessano nel momento in cui è la sua stessa vita a diventare un incubo ed è nei gesti della bambina che ne scorge l’atroce conferma: “[…] forse aveva capito che un finale era vicino, un qualche traguardo stava per renderla protagonista”.
In una simile tragedia il rapporto con la fede diventa complesso e tormentato. Il bisogno di credere in Dio viene mostrato come un elemento inculcato durante l’infanzia, quando è ancora viva l’illusione di potersi rivolgere a un essere superiore di fronte alle sventure. Il disincanto dell’età adulta provoca la caduta di simili appigli, anche se non mancano momenti in cui le preghiere fuoriescono spontanee dalle labbra. Eppure di fronte a una perdita così devastante la conclusione non può che essere questa: “Ma forse, semplicemente, non c’è nessun Dio. Sarebbe, per dircela tutta, la cosa migliore, soprattutto per lui: pensarlo lì, intento a osservare come le nostre vite si distruggono, è avvilente”.
“La bambina celeste” è un romanzo spiazzante per quanto dura e lucida ne risulti l’analisi di esistenze devastate in cui non appare possibile nemmeno la condivisione della sofferenza, che finisce per separare i coniugi moltiplicando il peso del loro lutto, una “condizione che ti fortifica ma ti rende pesante, è difficoltoso anche il minimo movimento”.
Ne emerge una visione profondamente pessimista della vita, un viaggio senza speranza. Un piccolo segnale di conforto – forse il solo – sembra apparire in quello scorcio di cielo in cui Daniel quasi intravede la sua bambina celeste che fino all’ultimo non ha perso la gioia infantile: “Ce l’hai fatta a diventare una fata? C’erano dei livelli da superare come nei videogiochi? Se sì, le ali ti sono cresciute bianche, o rosa come hai sempre desiderato?”.

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