Imperiali settembrini 4 Settembre 2019 – Posted in: 8bit_stories

L’ora di pranzo è passata. Me ne accorgo lungo la scalinata che dalle banchine del Tevere sale su fino alla strada.
Le chiacchierate da un proprietario all’altro dei battelli in sosta sul fiume mi hanno sospeso sia l’attenzione che lo stomaco.
Arrivo in cima e comincio a decidere dove andare.
Lascio scorrere un gruppo di turisti in fila indiana sul Lungotevere davanti piazza Trilussa.
Li oltrepasso con lo sguardo.
Indago, laggiù a sinistra, dove la piazza declina sinuosa per scivolare dentro i vicoli di Trastevere e dove, prima della curva, si incrocia con una via strettissima che sputa una luce calda e compatta di sole.
Prima domenica di settembre a Roma e c’è ancora l’afa dell’estate piena.
Mi inoltro e il primo incontro è con una fontanella dal suono allegro. Ne approfitto.
Mi freddo i polsi e la nuca prima di bere.
Un gesto che non faccio chissà da quanto ma che adesso mi viene automatico, come da piccolo, quando seguivo le raccomandazioni di mia madre.
– Sandrì… bagnati i polsi e la nuca prima di bere che sennò ti viene una congestione, sei tutto sudato!
La stradina è corta, qualche metro più avanti e già sfocia in una piazza a pianta ovale, con l’emisfero in ombra ad accogliere i condomini del quartiere.
Si capisce che non sono turisti, stanno ben sistemati sopra sedie o panchine portate giù appositamente per il dopopranzo capitolino.
La prima sensazione che mi assale è uno sbotto d’invidia: mica si godranno questa siesta favolosa tutti i giorni… sarà solo oggi perché è domenica.
Ma sfuma tutto subito, piacevolmente, in ammirazione.
Sì, li ammiro con un sorriso, li ringrazio per essersi fatti trovare e avermi dato la possibilità di sintonizzarmi su una frequenza che trasmette in chiaro per pochi.
È meraviglioso vedere i colori della Roma preziosa e riconoscerli dall’interno, in una complicità silenziosa, invece di tracannarli platealmente in mezzo a forestieri adoranti.
L’azzurro del cielo, così intenso che non ti spieghi perché non coli sui palazzi, il grigio lucido dei sampietrini, instradati dal bianco poroso e screpolato dei marmi, il giallo opaco, il rosso mattone, tessuti a proteggere la pietra sottostante che compare qua e là.

C’è una sedia di plastica bianca insolitamente libera in fondo al semicerchio ombroso tutto occupato. Una fila di poltroncine di platea pronte, come ad assistere a una prima che fra poco occuperà la piazza.
Provo ad avvicinarmi guardando tutti in sequenza, in una panoramica unica, per intuire eventuali controindicazioni.
Tutto tranquillo, posso sedermi.
Mi accomodo e tiro fuori dal mio zainetto a tracolla un cestino di plastica trasparente con dentro tre fichi.
Tre favolosi Settembrini, regalo di commiato dell’ultimo battelliere.
– Questi l’ho raccolti stamattina da un fico gigantesco. Spunta dai ruderi di una villa che sta lungo un’ansa del Tevere. Saremo in quattro o cinque a conoscere quel posto, neanche Google Maps ci è arrivato! Quel tratto del fiume – mi raccontava – è tutto nascosto dagli alberi a pelo d’acqua, sembrano essere loro la riva e invece, se sai dove passare, ti ritrovi davanti allo spettacolo dei resti della villa che se provi a immaginartela com’era, viene subito da pensare alle ricostruzioni di Piero Angela, con l’imperatore che ci passeggia dentro e s’affaccia sul Tevere prima di prendere chissà quale decisione.

Da un fico imperiale!

– Tiè, è stato un piacere averti conosciuto.

Tre fichi settembrini, quelli con la buccia scura. Avvolti nel cestino di plastica dalla carta giallina del tovagliolo con la pubblicità del battello.
Li scarto da quella velina, appena macchiata dalla buccia bruna e prorompente.
Un altro colore da aggiungere al Pantone di questo momento silenzioso e sospeso.
Comincio col primo Settembrino.
Lo soppeso fra i polpastrelli e la consistenza è di una compattezza biologicamente… sensuale.
La buccia, cotta a puntino dal sole, ha trattenuto però quell’impercettibile grado di umidità a rivelarne la polpa zuccherina.
Lo guardo ancora. E lo mozzico senza sbucciarlo.
Ma dai, i fichi si sbucciano!
Quelli normali forse, ma questi sono imperiali e la buccia è sopraffina.
Mastico lentamente. Distribuisco nell’etere la comunicazione che tutti gli altri frutti, tutti i fichi gustati fino a oggi sono stati la brutta copia di questa dolcissima, misteriosa, piccola mongolfiera.
Assaporo ogni singolo boccone e una dopo l’altra finisco le tre gemme settembrine.
Il mio pranzo è terminato.
E adesso, naturalmente, non ho nessuna intenzione di andarmene.
Voglio restare qui ancora a lungo.
Mi appoggio meglio allo schienale, distendo le gambe appoggiando i talloni su uno dei grossi vasi che ornano la piazza ai bordi del marciapiede e aspetto di consegnarmi a questa irresistibile cicagna trasteverina.
Elimino un ultimo strascico d’ansia decidendo seduta stante che non ho niente di urgente da fare e che non devo preoccuparmi di quando rientrare.
Magari, fra poco, dopo la pennichella, riscenderò giù sulla banchina per provare a convincere il battelliere a farmi visitare quel tratto imperiale del Tevere.
Magari.
Dopo.
Tutto dopo.
Anche quel pezzo che volevo iniziare a scrivere sulla fine della vacanza e che mi si era già formattato in testa, scorrevole, in font dimensione 12, coi corsivi dei dialoghi, le pause, le riprese ben motivate. Anche quello si ferma.
Adesso sono qui, comodo, fra questa sedia e il vaso sulla piazza, in un’ora dove il tempo è assente.
Ecco la vera vacanza.
Eccola, l’estate.
Ché dovrebbero essere tutte così: non la crociera, il villaggio tutto compreso, non i tropici, le montagne più alte, le spiagge più bianche… no.
La vacanza è una bolla di eternità dentro cui appennicarsi.

Devo operare un ultimo distacco: spegnere il cellulare.
Prima di farlo sfoglio il display, i commenti degli amici mi aggiornano velocemente sulle gare podistiche appena concluse.
Funziona come ciliegina soporifera sulla torta: confronto l’avvenuto sforzo degli altri con la mia più assoluta immobilità e…
mi si chiudono gli occhi e…
vedo scorrere le immagini di corse sorridenti in tenuta da runner dentro i cortili di una villa romana insieme all’imperatore che mi fa segno di andare, perché lui si ferma a bordo pista, stacca un meraviglioso fico dai rami del suo giardino e se lo gusta appoggiato al muretto con il Tevere che gli scorre alle spalle.
Faccio un altro giro e poi ne mangio uno anch’io.
Prima il dovere…
Poi…
Un altro giro.
Un altro…
Mi sveglio.
Sono ancora qui, nella piazza ovale che adesso è tutta in ombra, ma sempre a una temperatura perfetta.
Le altre poltroncine sono risalite, la platea si è svuotata; non ho sentito gli applausi del finale e sono rimasto solo.
Non mi sento fuori posto, no, come se il padrone della piazza, dal palco del teatro, mi stesse facendo segno di rimanere tranquillo quanto voglio.
Mi godo le sensazioni del risveglio, la pigrizia, l’assenza del tempo, i rumori ovattati e con ancora in bocca il sapore del pranzo sprofondo direttamente all’ora della merenda nell’infanzia di Centocelle.
Al centro di questa piazza, a Roma, con una luce che la distingue in tutta la galassia, inizio a incamminarmi lungo i viali della memoria.
È la luce dell’estate, di tutte le estati assieme.
Ha il sapore generoso, superbo di tre imperiali settembrini.

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Rachel »