Il racconto e i suoi maestri (Terza parte) 4 Settembre 2019 – Posted in: Focus a bit

Se parliamo di maestri del racconto non può mancare di certo il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, che a questa forma narrativa ha regalato le pagine indimenticabili di “Finzioni” (in Italia pubblicato da Einaudi nella traduzione di un altro nome di primo piano della letteratura universale, Franco Lucentini) e “L’Aleph”, i suoi lavori più noti e significativi. E se nel primo la prosa, come fosse un mosaico che muta al mutare dello sguardo di chi lo osserva, sembra non avere né inizio né fine, al punto che ha un suo fascino, e quel che più conta anche una certa coerenza, tanto da essergli stata attribuita la sembianza di un cerchio infinito, il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo, vicina alla definizione di Dio elaborata dalla Scolastica e ripresa, tra gli altri, da Niccolò Cusano e Giordano Bruno, “L’Aleph” è solo in apparenza un suo doppio, uno specchio. Certo, anche per il secondo la scrittura di Jorge Luis Borges sembra tessuta d’infinito e sfugge a ogni possibile definizione o categorizzazione. Tuttavia, “L’Aleph”, a differenza di “Finzioni”, non è unicamente la voce da Mille e una notte della letteratura fantastica, è un testo che appartiene al reale, e che con il reale non teme di confrontarsi, al modo però in cui si confrontano un pensatore, un poeta, un amante, dunque intrecciando alla storia il mito (L’immortale), l’arte (La ricerca di Avveroè) e naturalmente la filosofia stessa (L’altra morte, nelle parole di Borges “una fantasia sul tempo”, che ordii alla luce di alcune argomentazioni di Pier Damiani).
Così profondamente dotta da riuscire a disegnare mondi meravigliosi e complicati lungo il sottile confine che separa il reale dall’immaginario, la verità dall’invenzione, la libertà creatrice del sogno dal severo rigore della sua interpretazione, così ricca, esuberante, magnifica, esplosiva da rivelarsi adatta (di più, ideale) per qualsiasi argomento – quasi che il contenuto venisse rivelato dalla forma, dalla scelta dello stile – e insieme ordinata, quieta perfino, diligente, regolata, la narrazione dello scrittore argentino non pare aver nulla a che fare con l’astratta esattezza della tecnica, pur essendo tecnicamente ineccepibile. Nello stesso tempo è talmente ben strutturata, talmente forte e poggia su fondamenta così solide da non poter essere, per intero, frutto di talento, di genio, di improvvisazione priva di metodo. Essa, insomma, si sottrae a ogni indagine sulla propria genesi, come fosse una lega metallica di origine sconosciuta, o una creatura non appartenente a questo pianeta. Una prosa rigogliosa, lussureggiante, misteriosa e ipnotica che non può essere “decifrata” da strumento alcuno; del resto, il laboratorio letterario di Borges – che ai libri (e alla lettura più che alla scrittura, un particolare non di poco conto) ha dedicato la propria intera vita – è quello emozionale di un alchimista, è l’antro di un mago che insegue il miraggio del moto perpetuo, che si nutre dell’illusione della pietra filosofale, che contempla l’eternità nello scorrere delle ore, nel costante rincorrersi dei giorni, e che nell’inseguire mondi al di là di quello conosciuto trova il modo di raccontare a tutti quel che vede.
Il fantastico di “Tlön”, “Uqbar”, “Orbis Tertius”, la perfezione dell’irrealtà che pervade ogni cosa in “Le rovine circolari”, Pierre Menard, icona dell’autore letterario, o per dir meglio della letteratura stessa, a un tempo consumato e reso immortale dal suo sogno: comporre non un altro Chisciotte – ciò che è facile – ma il Chisciotte. Inutile specificare che non pensò mai a una trascrizione meccanica dell’originale, il suo proposito non era di copiarlo. La sua ambizione mirabile era di produrre alcune pagine che coincidessero – parola per parola e riga per riga – con quelle di Miguel de Cervantes.

E poi Herbert Quain. Jorge Luis Borges ne fa uno scrittore dell’impossibile le cui opere tutti vorrebbero poter realizzare: il romanzo ramificato “April March”, che non significa Marcia d’aprile ma letteralmente “Aprile marzo” e nel cui mondo tutto è regressivo a partire dal modo di raccontare, comprende tredici capitoli. Il primo riferisce l’ambiguo dialogo di alcuni sconosciuti su una banchina. Il secondo gli avvenimenti alla vigilia del primo. Il terzo, anch’esso retrogrado, narra un’altra possibile fase precedente al primo; il quarto, quelli di un’altra ancora. Ciascuna di queste tre vigilie, che rigorosamente si escludono, si ramifica in altre tre d’indole molto diversa: nel geniale poliziesco The God of Labyrinth, dove tutto sembra accadere nel modo più naturale possibile, v’è un indecifrabile assassinio nelle pagine iniziali, una lenta discussione nelle intermedie, una soluzione nelle ultime. Poi, risolto ormai l’enigma, si apre un paragrafo vasto e retrospettivo che contiene questa frase: «Tutti credettero che l’incontro dei due giocatori di scacchi fosse stato casuale» a far capire che la soluzione è erronea. Il lettore, inquieto, rivede i capitoli sospetti e ne scopre quindi un’altra, di soluzione, la vera, diventando più perspicace del detective. La meraviglia semplice, e proprio per questo quasi inimmaginabile, della “Biblioteca di Babele” e infine il puro splendore de “Il giardino dei sentieri che si biforcano”, un filosofico riflettere sulle scelte, sulle prospettive che ognuna di esse spalanca e sugli universi da cui definitivamente ci allontana, impeccabilmente travestito da mystery.
Realtà e immaginazione, seppur lungo un’orbita narrativa del tutto diversa, sono anche al centro delle storie raccontate da uno dei maggiori scrittori russi del XIX secolo, Nikolaj Gogol, i cui celebri “Racconti di Pietroburgo” prendono le mosse dall’incolore concretezza della quotidianità per poi librarsi nell’inaspettato, perdersi nel sorprendente, nell’immaginifico. Basti pensare, per rendersene conto, all’“eroe” di questo volume, Akàkij Akakièvich, protagonista de “Il cappotto”, burocrate di infimo ordine dell’amministrazione pubblica di San Pietroburgo le cui mansioni si risolvono nel trascrivere in bella grafia montagne di registri. L’umile, “invisibile” Akàkij non conosce altro orizzonte oltre all’ordinata e metodica esistenza quotidiana che conduce, né concepisce soddisfazione diversa da quella che gli regala il suo diligente ricopiare; è, insomma, una persona insignificante, nel carattere come nell’aspetto fisico. È un fantasma (fin dal principio del racconto Gogol lo presenta così), ma d’improvviso anche per lui le cose mutano d’aspetto, permettendogli finalmente di assaporare il brivido della novità e dell’imprevisto; di avere uno scopo e di gioire per esso: Akakièvic decide di comprarsi un cappotto nuovo. Esaltato dall’idea dell’acquisto, il burocrate precipita in una sorta di benigna ossessione. Immagina che il nuovo indumento gli porterà fortuna e che addirittura sarà per lui un compagno, un amico, una presenza costante, gentile, premurosa; in una parola, che sarà tutto ciò che non ha mai avuto. Nutrito da queste fantasie, Akakièvic assapora una felicità che non credeva possibile, ma la sua estasi è destinata a spezzarsi bruscamente. Aggredito per strada poco tempo dopo l’agognato acquisto, viene spogliato del suo cappotto e lasciato solo e malconcio in mezzo alla neve. Disperato, si rivolge alla polizia, senza però ottenere né attenzione né risultati. Così, su consiglio di un collega impietosito dal suo stato, chiede udienza a un misterioso “personaggio importante”. Il colloquio tra Akàkij Akakièvich e l’uomo influente è la parte più intensa e riuscita del racconto, un capolavoro di tagliente ironia: Gogol indugia sui vizi degli alti funzionari d’apparato, gente di nessun valore che sfrutta la propria rendita di posizione per godere di privilegi immeritati e che tuona contro i sottoposti umiliandoli a ogni occasione perché certa di non dover mai rendere conto delle proprie intemperanze. Ma questa sua critica, del resto non nuova e per certi versi persino scontata, seppur condotta con estrema raffinatezza è solo un’introduzione, un preludio all’argomento vero e proprio: la particolare condizione in cui si trova Akakièvich che, a causa del suo sogno, paga un prezzo altissimo. Venuto infatti a conoscenza del motivo dell’incontro, il “personaggio “importante” non riesce a trattenere il proprio sdegno. Vede, per la prima volta in vita sua, l’“invisibile” impiegato nel momento in cui lui gli chiede di intervenire per ritrovare il suo cappotto, e questa apparizione (proprio perché reale) scatena la sua furia, la sua indignazione. Da non credere, sbraita l’alto papavero, che Akakièvich, la nullità Akakièvich, abbia osato disturbarlo, abbia pensato di poter saltare l’ordine gerarchico – proprio ciò che fa di lui quel che è, una persona di nessuna importanza, che nessuno conosce – per provare a diventare quel che non è e non sarà mai: un essere umano e non un fantasma. Nella severissima rampogna che l’uomo importante rifila a un terrorizzato Akakièvich, Gogol sembra limitarsi a costruire una caricatura dei meccanismi di potere che sempre regolano i rapporti tra le persone, in alcuni casi platealmente, in altri attraverso molteplici mediazioni. Il perfetto congegno comico che offre, però, è specchio di una realtà ben diversa, quella dell’uomo comune destinato all’ombra, al silenzio, che alza il capo, suo malgrado, solo per offrirlo all’affilata lama del boia. Tuttavia Akakièvich, fantasma in vita, resta l’eroe del racconto, perché una volta morto torna per le strade di Pietroburgo, e come entità disincarnata si prende tutte le soddisfazioni che gli erano state negate da vivo. In cerca del suo cappotto sfila pellicce, marsine e ogni sorta di indumenti eleganti ai malcapitati che passeggiano per la via, senza curarsi di chi siano le sue vittime, con buona pace dell’ordine gerarchico. Oltre a questa storia, raccontata con impagabile leggerezza, rara finezza espressiva e accenti sarcastici e commossi insieme, che una volta letti non si dimenticano più, “I racconti di Pietroburgo” contiene altri inestimabili gioielli letterari: “Il naso”, la storia, per l’appunto, di un naso che un bel giorno lascia il volto cui appartiene per passeggiare in alta uniforme per le vie della città; “La prospettiva Nevskij”, che racconta, attraverso due vicende parallele, il fallimento delle nobili intenzioni dei protagonisti, alle prese con le viltà e i compromessi della vita quotidiana, e “Il ritratto”, cupo racconto d’atmosfera nel quale un pittore si lascia a tal punto ossessionare da una tela, di più, da un’espressione dipinta, da finire in rovina.

Prospettiva diametralmente opposta offre invece la scrittrice americana di origini canadesi Annie Proulx nella sua meravigliosa raccolta di racconti intitolata “Distanza ravvicinata”. Qui è il reale la sola prospettiva concessa, un reale intriso di dolore, il cui grigiore è amplificato dallo splendore superbo della natura ritratta come matrigna dura, feroce, inospitale. Gli uomini e le donne che la abitano, inevitabilmente, in qualche modo le assomigliano. I loro corpi hanno la resistenza delle cortecce degli alberi e i loro caratteri esplodono in cortocircuiti di violenza quasi fossero uragani. Ed è così che questi uomini e queste donne resistono, tirano avanti, vivono: sospesi dinanzi a quell’abisso senza fondo rappresentato da loro stessi. Mentre la fragilità, la debolezza e la paura, i sogni e le speranze, i desideri, le sfumature d’arcobaleno dell’amore e dell’odio, in un frenetico brulicare d’insetti, respirano nell’oscurità delle anime, custodi dimenticate di quel che resta della loro umanità. I personaggi dei racconti di Annie Proulx esistono nella sconfitta, nella deriva, nella rinuncia: sono dei vinti. Hanno la sofferenza riflessa negli occhi e la fatica di vivere incisa nella piega amara delle labbra. Eppure si ostinano a dare un senso ai propri giorni, e con forza, con l’esausto eroismo degli invisibili, urlano il loro diritto di esistere addosso alla loro terra, il Wyoming, quella terra che li ha visti nascere e un attimo dopo si è già dimenticata di loro. “Distanza ravvicinata” è un libro talmente intenso da ferire: la Proulx ritrae i suoi eroi con commovente pietà laica. La sua scrittura è aperta, sincera, piena, stilisticamente perfetta. Un atto d’amore. Vale la pena ricordare che da uno dei racconti del libro è stato tratto il bellissimo film “I segreti di Brokeback Mountains”, diretto da Ang Lee.

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