A distanza 4 Settembre 2019 – Posted in: Focus a bit

Ho sempre ammirato l’aristocrazia emanata da Balthus. Su di lui, finché è stato in vita, non sono mai apparse biografie riconosciute; è morto nel 2001 all’età di novantatré anni e si è fatto conoscere attraverso le interviste che concedeva.
Si sentiva figlio di molti secoli, ma non di questo.
Dall’antichità fino a Cézanne, apparteneva alla pittura di Piero della Francesca, di Masaccio.
Ci apparteneva ma si godeva la distanza, quel distacco, una polvere divina che plasmava le sue tele.
Ha sempre vissuto nei castelli, castelli enormi.
A Rossiniére, Chassy, a Monte Calvello. Sempre nei castelli.
– Perché mi piace il viaggio.
– Che viaggio?
– Il viaggio che si fa quando viene il momento di andare a dormire, ci si saluta e uno va da una parte del castello mentre l’altro, poco per volta, scompare, cento, duecento metri più in là. Mi piace sentire che c’è la distanza, che non stiamo appiccicati uno addosso all’altro.

Non conoscevo questo quadro di Balthus. L’altro giorno, lungo un ampio corridoio al primo piano di un palazzo al centro di Roma, mentre ero in fila per assistere alla presentazione di un libro, ho avuto la fortuna di sostargli davanti per alcuni minuti.

Balthus, 1935, “Donna al parco”, Metropolitan Museum of Art, New York

Naturalmente non si trattava dell’originale ma, come riportato sulla targhetta, di una copia a grandezza naturale: 1935, olio su tela, cm 116 x 88, “Donna in un parco”.
Il libro è passato in secondo piano.
La mia attenzione è stata subito sedotta da questa lunga, esile figura che risalta sul panorama autunnale di un parco cittadino.
È uscita per una passeggiata, magari la figura maschile laggiù in fondo è il marito, che crede di averla accanto e le parla degli alberi.
Lei, invece, si è fermata.
Improvvisamente.
Ha assunto questa posa con le braccia conserte che sembra farla appartenere a un altro mondo. Lo scarto dal presente, l’improvvisa frenata, è documentata dalla sedia caduta a terra che stona in quell’ordine così rarefatto, in quella miniatura, in quel fondale cartonato che è divenuto l’universo alle sue spalle.
I piccioni avvertono l’anomalia e si chiedono dubbiosi cosa stia accadendo.
Il volto della donna è serio in modo incontrollato, come se i lineamenti la stessero abbandonando. Lo sguardo assente, completamente al servizio di un altro universo: quello, intimo, delle sue emozioni.

La donna, come ogni donna, serba dentro di sé, in un angolo della memoria, il ricordo di… un amore perduto.
Perduto come?
Perduto.
O consumato dal tempo.
O distrutto da un trauma crudele: un’incomprensione, una gelosia, l’invidia, l’invadenza degli altri, una fatalità, l’orgoglio.
Perduto.
La vita poi l’ha portata lontano, le ha dato un altro amore, forse una famiglia, anche dei figli, le necessità quotidiane hanno impegnato i suoi pensieri.
Ma il ricordo di quel sentimento è rimasto intatto, come addormentato e sempre pronto a svegliarsi.
Ed ecco, è sufficiente una passeggiata nel parco, una brezza, un profumo, il riaffiorare di un nome, l’incrocio casuale di una vaga somiglianza, il ritorno in un luogo frequentato allora, perché quell’amore incompiuto si riaffacci. Prepotente.
Per un attimo – un minuto? un’ora? – la donna precipita indietro nel tempo con dolore e amarezza insieme. In una struggente malinconia.
C’è la sua giovinezza in quell’universo perduto, ci sono le sue speranze, le trepidazioni, gli affanni, le risate, i pianti.
C’è la sofferenza bruciante di un addio, la disperazione di un distacco.
È un attimo, un minuto? un’ora?
Poi, una scossa. La donna torna alla sua vita quotidiana, rientra nella miniatura, raccoglie la sedia, e raggiunge il marito per complimentarsi della lezione sugli alberi.
Nessuno saprà mai di quella corsa nel tempo; la ferita del ricordo si è chiusa per tutti.
Ora, anche per lei.
Quel perduto amore è tornato nell’angolo della memoria.
Resterà lì, immobile.
A distanza.
Ma vivo.

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