Il piccolo vietnamita 4 Luglio 2019 – Posted in: 8bit_stories

(Liberamente tratto da una storia di Balzac)

Prese la mano di suo padre per portarlo via da quel negozio. Ma l’uomo insisteva per saperne di più e confidava nell’intimità costruita con il commesso, che non lesinava commenti entusiastici su quell’ultimo paio di scarpe sportive appena sfornate dalla grande azienda leader del settore. Un enorme giocatore di basket cartonato a grandezza naturale dimostrava tutta la sua felicità passeggiando nell’iperuranio, ché persino Platone aveva abbandonato il classico sandalo per indossarle con eleganza sotto il chitone.
– Se esce con queste scarpe ai piedi dal negozio – aveva detto il commesso quasi in un sussurro – le porta via “a gratis”.
– Non ci credo – aveva urlato il cliente.
– È sicuro – ribadì il commesso alzando le sopracciglia talmente folte che in quella posizione arginavano la stempiatura incipiente.
Il ragazzo, probabilmente aveva tredici anni, sentiva puzza di bruciato. A dispetto della sua leggera zoppia, che lo costringeva a una andatura irregolare, e circolare se non fosse stata corretta a ogni singolo passo, sembrava fornito di un pensiero capace di procedere in linea retta. – Con quelle scarpe ai piedi – pensava – noteranno tutti la parte di me che non voglio guardino.
Ma non era solo questo. Quelle scarpe avevano un costo esorbitante, soprattutto per un papà in cassa integrazione come il suo. Non capiva perché gliele avrebbero dovute regalare. Non gli piaceva quella situazione.
Dal canto suo, il padre, pupille dilatate come in preda a un’estasi religiosa, fissava il giocatore cartonato e si perdeva nel suo sorriso, stravolto dall’entusiasmo di poter regalare quelle scarpe a suo figlio senza spendere un centesimo di euro. E ancora, non contento, rincorreva i suoi stati d’animo fotografandoli di fianco a quelli dei genitori degli amici di suo figlio: gioia vicino a invidia, beatitudine vicino a gelosia. Il terzo scatto era un selfie insieme al fegato della su ex moglie, madre del ragazzo, che si copriva di bile sgorgante copiosa.
– Le prediamo, – confermò, e con il palmo destro diede un “cinque alto” al giocatore cartonato che finì per terra.
Intanto il sole, che entrava nella vetrina alle loro spalle, venne coperto da una nube nera e minacciosa che ricordava l’esistenza di un mondo là fuori.
– Non le ho ancora detto tutto, – rispose il commesso. Ogni pelo del sopracciglio si protese verso l’alto, dandogli le sembianze di un personaggio di Bulgakov.
– Vede, – aggiunse mentre si avvicinava all’orecchio del cliente, – se suo figlio uscirà da questo negozio con le scarpe ai piedi, lei non pagherà nulla – una pausa molto teatrale, si guardava intorno per tenere a distanza orecchie indiscrete, mentre le sopracciglia sobbalzavano orientandosi verso ogni angolo del negozio – ma – aggiunse, – il piccolo vietnamita che ha cucito queste scarpe morirà. Ma lo disse con una tale leggerezza, raggiunta in anni di aggiornamento ai corsi di comunicazione, che la caduta di una foglia gialla in autunno poteva sembrare meno naturale e più drammatica.
– Uno solo, però – disse il cliente che aggrovigliava i suoi ragionamenti tra un male minore e un male necessario, tra un bene più grande e un bene comune, come se fosse Churchill il giorno prima dello sbarco in Normandia. – Sarà pure un bene più grande quello che nutro per mio figlio – pensò.
– Andiamo via, Pà – disse il bambino fermando quel flusso di pensieri.
Lo strattonò da un braccio. Ma quello non ne voleva sapere di lasciare quell’occasione e domandò ulteriori spiegazioni. Il commesso non si fece pregare. Iniziò una tiritera, ben argomentata per carità, ma non la finiva più di parlare di quel nuovo sistema di vendita. Quanto fosse importante per incentivare il commercio, per fare conoscere i nuovi prodotti a tutti i segmenti di mercato. Aveva detto proprio “segmenti di mercato”. Ultimo, ma non ultimo, come dicono gli esperti di divulgazione, si riusciva a fornire alle popolazioni meno sviluppate nuovi posti di lavoro a ciclo continuo, meno bocche da sfamare per le famiglie e benessere per tutti. Persino il funerale pagato dall’azienda produttrice delle scarpe, sfruttando i materiali di consumo per la bara, con il fine ultimo, ma nuovamente non ultimo, di sgravare l’ambiente in cui viviamo dai rifiuti che ci sommergono. L’ultima frase venne recitata alla velocità della luce. Impossibile carpirne il significato, come per le annotazioni minuscole scritte sul bugiardino dei medicinali. E infatti il cliente era già passato oltre, ma non suo figlio che con l’aria di chi non voleva vivere in quel mondo esplose in un catatonico bisbiglio: – Funerale?
– Che meraviglioso udito hai, bambino – manifestò con un sorriso finto il commesso, che aveva come unico interesse quello di coprire il suono di quella specie di grillo parlante che si insinuava dal basso con quella sua vocina flebile e acuta. Le sopracciglia si arricciarono come artigli pronti ad affondare nella carne viva della preda.
– In fondo – disse il padre lasciandosi andare a una mitigante e auto confortante risata di distensione coattiva – si tratta di un solo bambino, chissà quanti ne muoiono al giorno di fame e di guerra e di non so cos’altro.
– E per giunta Vietnamita – dichiarò il commesso lasciando seguire le sue parole da una cavernosa risata.
– Giusto – sostenne il cliente, – ha notato quanto sono insidiosi i vietnamiti nei film americani?
– Da non crederci – confermò il commesso, mentre con l’anca si insinuava tra il figlio e il padre, quasi fosse uno spirito santo, separando il piccolo dall’adulto, la ragione dal bisogno consumistico.
– Chissà perché le scarpe le fanno cucire proprio lì? – domandò il bambino che seguiva con fastidio il dialogo tra i due adulti, accennando una nota di sarcasmo, niente affatto compresa dal commesso che pareva avere accettato una sfida.
– Perché hanno le dita più piccole – rispose irritato – e poi perché sono strategie di mercato.
E colpì il giovane col sedere per allontanarlo dal padre che vedeva già pronto ad acquistare senza remore di sorta le scarpe che aveva già estratto dalla scatola. Fissò quell’uomo conquistato dalla suola fotonica che sembrava caricarlo di energie positive, mentre i peli delle sopracciglia cominciarono a danzare come cobra incantati dal suono del flauto. Più danzavano, più quello rimaneva ipnotizzato e non sentiva il bambino che lo chiamava. La voce di suo figlio si faceva a ogni istante più flebile, fino a trasformarsi nel fruscio di un delicato zefiro primaverile.
A quel punto il cliente guardò suo figlio e gli ordinò di provarsi le scarpe, il commesso si mise in ginocchio per infilargliele come il principe azzurro con Cenerentola, persino il giocatore cartonato a grandezza naturale si era rialzato per assistere a quel momento magico per il bene delle merci nel mondo, per il prestigio dell’azienda leader.
Fu in quel momento che il giovane vide una nebbia sollevarsi e l’immagine di un mondo futuro disvelarsi davanti ai suoi occhi. Un mondo di uomini assetati, che cercavano come barbari di porre rimedio a quella sete infinita che li tormentava senza tregua. Il sogno si arricchiva di particolari. Gli uomini si trasformavano in schiavi della merce, privi di volontà. Una volta venduta l’anima del commercio al diavolo, non avrebbero ricevuto in cambio la vita eterna, ma un eterno ricambio di prodotti sempre nuovi e più sofisticati, che davano l’illusione di essere onnipotenti e di non dover mai invecchiare. Cresceva solo il desiderio di averne ancora e di non esserne mai sazi. Cellulari, palmari, computer, tablet, libri, ma solo quelli di cucina. Scarpe da sport, da passeggio, col tacco e senza, sandali, infradito e libri di cucina. Tv al plasma, tv angolari, tv spaziali, videocamere, droni, automobili sportive, familiari, station wagon, SUV e libri, comunque di cucina. E merci che partivano, che viaggiavano da un luogo all’altro del pianeta in auto, in camion, in aereo, sui cargo, nei container. E giravano senza sosta, mentre uno stuolo di corrieri vagavano incrociandosi con i loro furgoni tra le strade delle città, nei vicoli dei quartieri, guidati dalle merci verso destinatari senza nome in attesa di ricevere dalle loro mani, come ostia consacrata, il nutrimento di una nuova fede. Solo un piccolo vietnamita contento ringraziava con le mani giunte e piccoli inchini. Il giovane lo vedeva chiaramente in quel nebbioso sogno, avvolto da una luce che non si propagava ad altri che non fosse lui stesso. Rispose agli inchini con altri inchini. Non sapendo bene come comportarsi lo salutò. Solo una mano tesa si muoveva impercettibilmente. Il piccolo vietnamita replicò quel gesto con la stessa titubanza, ma sorridendo divertito, mentre su una piccola barchetta si allontanava dalla riva, illuminando con la luce tenue di una candela un mare scuro cosparso di merci galleggianti, e palloni da calcio, da basket e da volley che lui stesso aveva pazientemente cucito. Salutava gioioso, mantenendosi in equilibrio su quel povero legno che lo trasportava, dimostrando senza remore la gioia di incontrare un altro essere umano pur non conoscendo la sua destinazione, sobbalzando a ogni colpo ricevuto dalla prua della sua barca, che assomigliava sinistramente a una bara di legno, che galleggiava sempre meno, che imbarcava acqua avvicinandosi all’orizzonte. Che fu mangiata dal mare. Si inabissò in un lampo e il fascio di luce fu ricoperto, lasciando ogni cosa in balia di una tenebrosa oscurità. La corrente creata dal risucchio trascinò palloni e altri oggetti galleggianti verso il mulinello, scuotendoli e frullandoli l’uno contro l’altro creando un frastuono incredibile, finché il gorgo stesso non esaurì la sua energia. Poi solo nebbia, silenzio e buio.
Il ragazzo si risvegliò. Aveva le orecchie coperte dalle mani per difendersi da quel rumore orribile che solo lui aveva sentito. I due adulti lo guardavano con preoccupazione. Il commesso gli stava porgendo le scarpe nuove da indossare, ma fermò il suo impeto quando il ragazzo alzò con decisione il palmo della mano. Guardò le sue vecchie Clarks. Pensò che potessero andar bene. Si alzò sulla punta dei piedi e prese il viso di suo padre tra le mani per distoglierne lo sguardo da quello del giocatore cartonato a grandezza naturale.
– Andiamo, – disse quando gli occhi si incrociarono, – non ho bisogno di niente.
Prese la mano di suo padre. Si incamminarono verso la grande vetrata dell’uscita nel momento in cui un alito di vento spazzò vai le nubi che sporcavano quel cielo terso di settembre e il sole illuminò i loro volti sorridenti.
C’era davvero un mondo là fuori.

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